Siamo partiti da Montefiascone e pioveva come nella stagione dei monsoni dell’India tropicale! Ma noi (io, Alessandra Di Tommaso e Carlo Zucchetti) imperterriti viaggiavamo verso l’Isola di Ischia!
Dopo una serie di rocambolesche peripezie comprendenti due ore di ritardo del traghetto e un trasbordo che se lo sognano sulle montagne russe di Disneyland, mettiamo piede a terra e incontriamo i produttori Andrea D’Ambra (Casa D’Ambra) e Gino Iacono (Pietratorcia), ma questa è un’altra storia e merita un racconto diverso.

Arrivata l’ora di cena, stremati dal viaggio, ma con tanto entusiasmo ci siamo diretti da Ciro Mattera e da sua moglie Stefania che ci aspettavano per una serata speciale al loro ristorante da Saturnino a Forio. È qui dal 1947 questo locale, aperto dall’americano Filippo Dakin quando decise di stabilirsi a Ischia. Nel 1997 Ciro e Stefania hanno deciso di continuare quella storia che parlava di amore per l’isola, di ottima cucina e di garbata accoglienza. Le grandi vetrate della veranda solitamente aprono al mare e al porto, oggi rigate dalla pioggia lasciano filtrare solo luci deboli. Il mare si fonde nel buio indefinito lasciando all’odore salmastro la percezione della sua presenza.

La serata è dedicata alla cultura napoletana declinata in particolare nei suoi sapori tradizionali ben riproposti e rinnovati nei piatti di Ciro e nelle poesie scelte e recitate da Edoardo Cocciardo. Si alternano così cappelli farciti con trito di polpo e ravioli al coniglio a Pensiere mie, ‘O mare, ‘O rraù, È notte di Eduardo De Filippo, Il fine dicitore, ‘A Livella di Totò. Sella e cosciotti di coniglio aprono alle sensazioni di terra e profumi di altitudini diverse, ma pur sempre isolane e mi viene in mente Comisso che pensava a Ischia come a un’isola piatta e “invece mi accorsi che dal centro si eleva un monte altissimo, piramidale e impervio”.
Un’atmosfera di particolare dolcezza ha poi invaso il locale quando Ciro ha recitato Bianchina di Totò. Lo faceva per la piccola Federica la figlia, ora adolescente. Grandi risate con Augusto e gli “epigrammi proibiti” di Raffaele Petra marchese di Caccavone. Delicatezza, eleganza e una calda professionalità caratterizzano la cucina di Ciro e l’efficiente servizio in sala di Stefania che fanno di questo ristorante un punto di riferimento dell’isola. Carlo e Alessandra non mancano mai di farne la prima tappa ogni volta che sbarcano a Ischia per entrare subito in quell’atmosfera di cordialità calore e ottimi sapori che rende questi luoghi indimenticabili.
La pioggia continua impietosa e noncurante della nostra presenza, rientriamo all’Hotel Villa Maria correndo, con gli abiti umidi e gli animi divertiti.
Sabato mattina, finiti gli incontri di lavoro e la golosa colazione da Calise, Vito Iacono (Pietratorcia) ci ha portato a visitare uno dei vigneti.
Anche con un cielo grigiomilano Ischia è meravigliosa.

“Ehi! Venite?” sentiamo Carlo richiamarci con voce entusiasta. Era su un “attrezzo” montato su rotaie per evitare il fiatone da inerpicamento, una sorta di trenino divertentissimo che si arrampica sui terrazzamenti vitati.
Inutile raccontare la vista , l’aria intensa e profumata di mare e il desiderio di rimanere sull’isola che so ancora per uno, due facciamo tre… mesi.
Sarà stato lo iodio marino, sarà stata l’ora, si iniziava ad avvertire un certo “languorino”, ma la stagione invernale è facile intuirlo, non è quella ideale per mangiare a Ischia: è del tutto plausibile trovare molti locali chiusi. Ci facciamo guidare dalla nostra amica Iris Romano, fiduciario AIS di Ischia e Procida e sommelier del Ristorante Il Mosaico.
Un attimo Divino a Ischia Porto è quel classico locale che prendi come luogo di ritrovo con pochi, ma buoni amici. Raimondo Triolo, il proprietario, è riuscito nella difficile impresa di creare un angolo che emana creatività e un pizzico di spirito libertario. I due figli bellissimi di Raimondo giocano a guardie e ladri davanti all’entrata: “Ti rubo i soldi della crociera” grida il più grande all’altro. Un luogo senza tempo dove si corre in strada, si usa la fantasia e si rinnova dall’interno la tradizione dei vecchi giochi! 
E qui ancora una volta Ischia si rivela come l’isola magica dei racconti.
“Sai perché si chiama così?” Mi chiede Raimondo mentre sfiletta il pesce San Pietro che userà per i nostri piatti. “Perché San Pietro lo pescò a mani nude lasciando questi segni”. Raimondo recupera la pelle del pesce e mi mostra l’occhio più scuro sui fianchi. “Vedi sfiletto il pesce a metà, una parte sarà il vostro antipasto, una servirà per il secondo e le rifiniture andranno nel sugo del primo con zucca e carciofi. Questo è il mio trittico”.
Lui ha l’anima isolana di un’isola più grande, la Sicilia. Gli chiedo se gli manca Trapani: “Bisogna fare le cose con lieve malinconia” mi dice sorridendo. Ritorno a tavola per assaporare quello che ho visto in fase di preparazione. Teresa, la moglie di Raimondo, ci porge gentilmente i piatti: sapori puliti, delicati, una cucina che convince con la sua semplicità e freschezza. La pasta in particolare si imprime nella memoria gustativa, ottima cottura con il calibrato e armonico legame tra zucca pesce e carciofo ammorbidito nei suoi sentori ferrosi e troppo spesso
dominanti. La carta dei vini illumina lo sguardo di Carlo e Alessandra. Il pranzo lento e piacevole ristabilisce i ritmi isolani e si conclude in una piccola performance al bidonbass prima di Raimondo e poi di Alessandra.





























