Racconti di Natale

productimage-picture-piatto-panettone-1572_wm_w1_o100_gs0_r0_p-76x-72_s15

Dopo il pranzo di Natale mi viene sempre in mente la famosa mentina dei Monty Python: la sensazione di un’espansione fisica latente con conseguente esplosione è sempre presente, e complice l’età, va peggiorando di natale in natale.  L’intontimento da cibo che colpiva i vecchi zii  e li faceva assopire nelle posture più strane tra la beffarda ilarità di noi nipoti, all’epoca, piccoli, ormai mi minaccia sempre più da vicino.

Ma come rinunciare ai cappelletti fatti in casa? Con quel brodo che sa di brodo, caldo, avvolgente e confortante come solo il vero brodo sa essere. E poi i vari tipi di arrosto, con salse  agrodolci o piccanti, morbide o pungenti, e poi i cardi al latte, i broccoli ripassati, l’insalata mista e chissà cos’altro. Il pranzo di Natale è  il momento in cui mettere in mostra la propria abilità  culinaria e rispolverare il vecchio quaderno di ricette della nonna senza badare alla lentezza delle preparazioni, ma anzi prendendo tutto il tempo necessario per l’elaborazione delle pietanze. Io, lo ammetto, non ho fatto nulla di tutto ciò, ma ho gradito che qualcun altro abbia mantenuto, come ogni anno, la tradizione degli inviti,  abbia aperto la propria casa e abbia imbandito la tavola. Dopo aver apprezzato, da bravo ospite, ogni pietanza che passava, di mano in mano, da un capo all’altro della lunga tavola, è arrivato il momento del dolce.

Ma ormai proprio non ce la facevo più, non era questione di estetica, perché, grazie all’esperienza, avevo optato per un grazioso vestitino stile impero proprio per evitare di vedere la stoffa di gonna o pantaloni esercitare un’estrema resistenza alla prepotente espansione di un ventre sempre più gonfio di cibo. Ormai era un problema di fisica inerente la capacità di un recipiente (nello specifico il mio stomaco) a contenere una  quantità x di corpi solidi o liquidi, quantità che ovviamente era stata raggiunta. Ma la gola non ne voleva proprio sapere di regole e buon senso. E quando è arrivato il piatto a forma di stella o di babbo natale, regalato da un qualche parente anni prima,  ricolmo di ogni tipo di prodotto dolciario da forno e non, mi sono resa conto che non potevo  rinunciare al dolce, ma era strettamente necessario fare una scelta. Pandoro o panettone? penserete. No, troppo scontato.In realtà l’ardua decisione è stata tra Panpepato o “pastarelle”. Entrambi sono tipici del nostro Natale familiare. Le “pastarelle” comprendono nello specifico: crostatine, tisichelle, tozzetti e morette.

Era necessario valutare bene, ponderare con oculatezza le opzioni. Dopo lunga e faticosa riflessione, ho pensato al sapore dolce e morbido del miele che incontra e avvolge le croccanti nocciole, le noci, i pinoli e le mandorle, agli intermezzi dell’uva sultanina e dei canditi, tutto su un sottofondo di cioccolato con le delicate note orientaleggianti della cannella, della noce moscata e del pepe nero… la mia gola mi stava portando decisamente verso il Panpepato.

Ti piace questo articolo?

Condividilo su Facebook
Condividilo su Twitter
Condividilo su Linkdin
Condividilo su Whatsapp


Spazio disponibile

Per la tua pubblicità in questo spazio contatta advertising@carlozucchetti.it

Ultimi articoli


Spazio disponibile

Per la tua pubblicità in questo spazio contatta advertising@carlozucchetti.it

Iscriviti alla Newsletter di Carlo Zucchetti