Tanti anni fa, a Blera, viveva una vispa bimbetta di nome Lucia. A quei tempi non c’erano molti giocattoli e il divertimento dei bambini dipendeva soprattutto dalla loro creatività e fantasia. Il gioco preferito di Lucia era “andare a fiori”. Lei faceva mazzolini, creava composizioni e inventava un nome per ogni fiore. C’erano i merletti, gli ombrellini e i fiori magnarelli. A volte andava a castagnole, scavava nella terra, tirava fuori dei bulbetti cui dava una strusciata sul vestito e via in bocca, avevano il sapore della castagna.
Poi Lucia è cresciuta, è andata a scuola ed è diventata una maestrina. Si è sposata con il violinista e maestro di musica Vito Stefani di Villa San Giovanni in Tuscia ed è qui che si é trasferita nel 1951, dove ha insegnato fino al 1989, vedendo crescere tra i suoi banchi molte generazioni di Sangiovannesi. A 60 anni, appena andata in pensione, nonostante avesse tre figli, Lucia sente troppo forte la curiosità e il richiamo della sua passione di bambina e corre di nuovo nei campi “a fiori”. Questa volta accompagnata da suo marito, che molto la sostiene e la aiuta e che costruisce per lei delle presse per seccare e conservare le sue erbe. Comincia così ad approfondire la sua ricerca, cerca i nomi veri, sui libri, nelle biblioteche, nelle enciclopedie e a poco a poco comincia a creare un erbario della Tuscia unico nel suo genere. Raccoglie centinaia di erbe della sua terra, a S. Giovanni, Blera, Barbarano, Vetralla, Monte Fogliano, al Lago di Vico e in qualunque altro luogo capitasse. Per la ricorrenza delle loro nozze d’oro, ricevono, tra i regali, anche una plastificatrice, che permette a Lucia di proteggere le sue piante, rendendo così le schede anche più maneggevoli e facilmente trasportabili. Pone le sue piante essiccate, spesso fiorite, su sfondi colorati, a ognuna da il nome scientifico, la famiglia di appartenenza, la descrizione delle caratteristiche botaniche, il nome dialettale e qualche curiosità. Inizia così a essere invitata ovunque a esporre il suo erbario. Conosciuta ormai anche in ambienti scientifici, desiderosa di salvaguardare il suo lavoro, decide di pubblicare un libro. È autorizzata dal Prof. Silvano Onofri, Direttore dell’Orto Botanico dell’Università della Tuscia. Rivisto dal Prof, Paolo Guarrera, Direttore del Museo Nazionale Arte e Tradizioni popolari di Roma, esce così l’erbario figurato di Lucia Menicocci “Spigolando nel verde”, che è presentato nel 2006 presso l’Orto Botanico di Viterbo. Il libro, frutto di anni di lavoro, è diviso in sei settori a seconda dell’ambiente di provenienza delle piante, la strada, le siepi, i campi, il bosco, i luoghi umidi e i centri abitati. Dice il Prof. Guarrera nella sua Presentazione: “Un’opera di una studiosa autodidatta, il cui impegno va apprezzato e che con la sua esperienza vuole facilitare ad altri l’approccio alla conoscenza del patrimonio floristico della Tuscia, affinché venga rispettato e salvaguardato: un invito per tutti ad accostarsi con entusiasmo e umiltà al mondo della natura”.
Nel 2011 il Comune di Villa S. Giovanni in Tuscia allestisce all’interno di un edificio comunale una mostra permanente dell’erbario, curata dal Museografo Dott. Davide Bertolini. Migliaia di firme testimoniano le visite all’erbario, che ha anche un orario di apertura, ma in realtà, mi confessa Lucia, spesso lei non c’è perché sempre in giro per mostre, incontri e conferenze. Le sue schede sono anche esposte al parco di Vejo, alla biblioteca di Campagnano, in quella di Lubriano, al museo di Barbarano e di Canepina. Il suo libro è alla terza ristampa.
Da qualche anno Lucia ha perso il marito. Adesso lei ha 88 anni, e oltre i tre figli anche sei nipoti e sei pronipoti, finora. Si potrebbe pensare che voglia ormai riposarsi, invece sta lavorando a raccogliere materiale per scrivere un nuovo libro. Questa volta, mi anticipa, sta raccogliendo testimonianze e ricordi sui giochi fatti con i fiori, le foglie e le piante in genere, quando non c’erano molti giocattoli e il divertimento dei bambini dipendeva soprattutto dalla loro creatività e fantasia.
Tra le erbe, i fiori e le bacche spontanee, molte sono commestibili, ma poche persone ancora le conoscono e le raccolgono. La loro raccolta è una pratica antica, che si sta perdendo nella società moderna. E’ invece molto importante, secondo me, incentivarne la conoscenza e preservarne la diffusione, messa a rischio dalle coltivazioni intensive e dai prodotti chimici. Oltre che come fonte di cibo a costo zero, le piante spontanee sono importanti anche per i loro poteri curativi, ricche di oli essenziali, sali minerali e vitamine, sono molto importanti nell’alimentazione vegana anche per insaporire in modo naturale le pietanze.
Questa mattina, andando in campagna a cercare qualche pianta spontanea con cui fare una ricetta da proporvi, vicino a un ruscello mi sono imbattuta in bellissime piante di sambuco, ricche di succulente bacche mature. Con i fiori freschi di questa pianta si fanno delle ottime frittelle, i fiori seccati possono essere conservati per fare infusi depurativi. Con le bacche mature si può fare la confettura. Ottimo anche lo sciroppo, che potete bere in estate diluito con acqua e ghiaccio come dissetante e depurativo e in inverno sciolto in acqua calda contro le infiammazioni di bronchi e polmoni.
SCIROPPO DI SAMBUCO
Ingredienti per circa un litro di sciroppo
1,3 Kg di bacche ben mature di sambuco
1 Kg di zucchero
Succo di un limone grande o due piccoli
Cercate le bacche di sambuco ben mature e lontane da strade trafficate da automobili.
Durante la preparazione usate un paio di guanti per evitare di macchiarvi le mani.
Sgranate, lavate e scolate bene le bacche di sambuco. Mettetele in un recipiente di vetro o comunque inattaccabile agli acidi. Unite lo zucchero e il succo del limone. Lasciate macerare per una nottata coperto da un telo. Il giorno dopo passate al passaverdure a fori piccoli, se restano ancora dei semini filtrate con un passino. Fate bollire lo sciroppo in una pentola che non sia di alluminio a fuoco basso schiumando e mescolando di tanto in tanto finché raggiunge la densità voluta. Farlo raffreddare mescolando ogni tanto, per evitare che formi la pellicina sulla superficie. Quando è freddo, versatelo in una bottiglia perfettamente pulita, chiudete e conservate a temperatura ambiente.
1 Kg di bacche di sambuco ben mature
500 g di zucchero
1 limone grande o due piccoli succo e buccia
5 g di agar agar
300 g di acqua
Cercate le bacche di sambuco ben mature lontano da strade trafficate da automobili.
Durante la preparazione usate un paio di guanti per evitare di macchiarvi le mani.
In un recipiente mettete l’agar agar e aggiungete a poco a poco l’acqua mescolando bene per non formare grumi lasciatelo riposare. Sgranate, lavate e scolate bene le bacche. Mettetele in una pentola di acciaio inossidabile con lo zucchero, il succo dei limoni, la buccia grattugiata e l’agar agar sciolto nell’acqua. Portate ad ebollizione, mescolando, perché non attacchi sul fondo. Lasciate bollire circa mezz’ora o anche di più se vi piace molto dura, considerate che l’agar agar fa indurire la confettura quando si raffredda. Togliere dal fuoco e versatela immediatamente nei vasetti sterilizzati. Chiudere subito i vasetti e girarli con il coperchio verso il basso. Lasciarli in questa posizione per una decina di minuti e poi riportarli dritti. Conservarli in dispensa.
Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento.
Bisognerebbe stare all’aria aperta almeno due ore al giorno. Ascoltare gli anziani, lasciare che parlino della loro vita.
In questo modo non saremo tanto soli come adesso, impareremo di nuovo a sentire la terra su cui poggiamo i piedi e a provare una sincera simpatia per tutte le creature del creato.
Franco Arminio Paesologo.





