Il cielo era quello di una giornata di metà novembre, grigio chiaro, quasi bianco, lattiginoso e carico di umidità. Ci lasciamo Trevi alle spalle e svoltiamo su una stretta strada bianca. Siamo qui per incontrare Giampiero Bea e parlare di vite maritata. I primi esempi li abbiamo davanti. Sono aceri campestri su cui si appoggiano vecchie viti nodose, abbracciano i tronchi e cercano sostegno, allungano i loro tralci fino al tronco successivo creando un festone. Il metodo di allevamento è antichissimo, risale agli Etruschi. Da grandi osservatori quali erano avevano notato che la Vitis Vinifera Silvestris, che cresceva spontanea ai margini dei boschi, si sorreggeva appoggiandosi agli alberi sfruttando la propria natura di liana. 
Testimonianze di questa tecnica resistono qui in Umbria grazie soprattutto a Giampiero Bea, architetto di professione, vignaiolo per vocazione e custode del territorio per predisposizione. Quando arriva ci spiega il progetto messo a punto per la salvaguardia di questi pochi esempi facendosi carico dei lavori per il mantenimento delle viti.
Ci porta poi in un altro campo, ancora viti maritate ai margini di un campo seminato, memoria di un agricoltura promiscua che rimane ormai ovunque in forma residuale, fagocitata da quella intensiva. Sono preziosi scampoli di storia del territorio. Non sono però forme museali, perché Giampiero da quelle 270 viti di Trebbiano Spoletino, a piede franco, che si avvinghiano al proprio acero da più di 140 anni, distribuite su 12 appezzamenti, ne trae un vino, l’Arboreus. Macera sulla bucce per 35 giorni e affina in acciaio. Più tardi all’assaggio si presenterà con un seducente colore ambrato che colpisce anche chi al colore non dà importanza. Di grande complessità, in bocca è materico senza diventare pesante.
Un prodotto identitario lontano da un gusto omologato. Bea spiega con modi pacati che il Trebbiano Spoletino era particolarmente adatto all’agricoltura promiscua perché tende a germogliare più tardi, si sofferma sulla sapienza dei vecchi contadini e racconta di come si sia avvicinato al Trebbiano grazie a uno zio.
Ci invita a considerare i metodi di allevamento scelti pensando all’ambiente, portando la riflessione sulla necessità in questa porzione di Umbria, a differenza per esempio della Grecia e della Sicilia, di alzare le viti per garantirne sanità, protezione dal gelo e umidità e favorire un corretto bagno di luce. Anche il Sagrantino dovrebbe tornare alla pergola.
Parla in maniera discreta, con profonda consapevolezza, senza sovrastare l’interlocutore cercando di rendere chiaro il suo pensiero. L’impegno di Giampiero per queste terre e il rispetto della natura è sincero e profondo, parte da lontano, dal padre Paolo a cui è dedicata la cantina. Agricoltore e grande allevatore, prima che vignaiolo, Paolo, grande sostenitore del Sagrantino passito, aveva raccolto un patrimonio di esperienze agricole familiari a cui aveva aggiunto giorno per giorno nuove scoperte e conoscenze derivate dallo studio attento della natura che ha trasferito al figlio.
Un’attenzione alla natura così radicata in Giampiero da averlo spinto a fondare nel 2004 il gruppo ViniVeri (diventato Consorzio) insieme ad Angiolino Maule, Fabrizio Niccolaini e Stanislao Radikon. Un sodalizio culturale volto a riunire viticoltori che condividono l’obiettivo di produrre vini attraverso metodi naturali, preservandone l’autenticità ed evitando ogni forma di alterazione o standardizzazione. L’idea di imbottigliare è stata di Giampiero. Racconta con dolcezza gli inizi, le prime prove, le divergenze momentanee con il padre che smetteva di parlargli da ottobre a dicembre, ma in realtà era un modo per lasciargli spazio e possibilità di sperimentare, sbagliare, imparare.
Arriviamo in cantina e la mano dell’architetto è evidente sia nel progetto che nei più piccoli particolari.
Il racconto prosegue e si inoltra nel pensiero che ha dato forma al progetto: “La natura va osservata, va ascoltata, compresa, non dominata”. La ricerca di un equilibrio tra uomo e natura è fondamentale e passa dall’abolizione della chimica di sintesi.
Essenziale è una rivalutazione del tempo secondo una logica dell’attesa. Il rapporto con la natura si mantiene vivo, si fa dialogo, scambio, mai prevaricazione. Questo non significa rifiuto tout court della tecnologia e della scienza, ma trovare armonia.
Anche le etichette mostrano l’unicità dei vini raccontando l’annata: descrivono l’andamento climatico, i giorni di pioggia, le fasi lunari e i tempi di macerazione. Danno a chi beve la possibilità di capire, di amplificare l’esperienza immersiva ragionando sul calice. Giampiero Bea ha messo a frutto il bagaglio di conoscenze accumulate dalla sua famiglia che risalgono fino al 1500, ha ascoltato i racconti derivati dalla pratica dei vignaioli più anziani ha aggiunto le proprie riflessioni, le letture, gli studi il confronto con altri vignaioli con cui condivide l’idea che la natura vada ascoltata, per arrivare al suo vino. Una proposta consapevole e ragionata basata sull’integrità artigianale, sull’osservazione dei processi naturali. Un lavoro che ha ispirato una generazione di produttori, li ha portati a guardare al passato con uno sguardo nuovo, non con nostalgia, ma come a una bussola per il futuro della viticoltura sostenibile.




