Non sono né una chef né una nutrizionista, sono una persona a cui piace mangiare e cucinare, un’autodidatta con una storia alimentare alle spalle a dir poco complessa e contorta.
Mi è sempre piaciuto sperimentare ricette nuove, leggere di cibo e alimentazione.
Come vi ho già detto, sono stata portata dal mio primo nutrizionista all’età di nove anni.
Questo, che era endocrinologo, dopo avermi rigirata come un pedalino, decretò che era tutto a posto, solo che mangiavo troppo. Mi diede quindi la mia prima bella dieta dimagrante da portare a casa. Naturalmente la seguivo solo a tavola, perché poi spizzicavo continuamente qualsiasi cosa potessi mettere sotto i denti. Non si può mettere a dieta una bambina di nove anni!
Infatti, non funzionò e nessuno ne capiva il perché. Da allora avrò conosciuto almeno venti nutrizionisti e fatto altrettante diete più quelle consigliate dalle amiche o lette sui libri o riviste varie. Il mio peso ha sempre oscillato su e giù. Nel mio armadio ci sono abiti di tutte le taglie. Ho fatto una dieta americana, una tedesca, quella dissociata, quella iperproteica, macrobiotica, insomma, di tutti i tipi, anche una vegetariana della quale, però, vi parlerò un’altra volta.
Tra tutti questi dietologi o nutrizionisti, come li volete chiamare, il più importante di tutti è stato sicuramente l’ultimo, poiché è quello che mi ha fatto decidere di smettere di seguire diete e andare per dottori. Ho capito che ormai non mi dicevano più niente di nuovo, sapevo già tutto.
Ho capito che una dieta dimagrante non può durare in eterno, prima o poi si smette e ogni volta si riprendono più chili di prima, il problema si aggrava ulteriormente e non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, perché ogni volta si perde un po’ di fiducia in se stessi. Perciò decisi che non sarei più andata da nessun nutrizionista, non avrei più fatto diete restrittive, punto e basta. Me la dovevo cavare da sola.
Il mio rapporto con il cibo era di amore-odio ed era lì che dovevo lavorare, era un problema di testa o forse, meglio ancora, di pancia. Adesso con la mia scelta vegana, dopo tanti anni, credo di aver finalmente risolto questo dilemma ed ho scoperto che il problema non era solo di testa, né solo di pancia, ma anche e soprattutto…di cuore!
Alla faccia delle diete che non consentono quasi mai di mangiare i fritti, adesso che posso mangiare quello che voglio, mi faccio delle belle frittelle. Sono andata a raccogliere delle erbe spontanee e tra queste la borragine, con la quale vengono squisite. Naturalmente senza glutine, usando dell’ottimo olio extravergine di oliva, facendo attenzione a recuperare l’olio usato negli appositi contenitori e non disperderlo nell’ambiente per non inquinare.
Ingredienti per circa 20 frittelle
50 g di foglie tenere di borragine
50 g di farina integrale di grano saraceno
50 g di farina di ceci
50 g di fecola di patate
200 g di acqua frizzante
5 g di lievito secco senza glutine
Aglio in polvere
Sale
Olio extravergine di oliva Colli Etruschi di Blera.
Lavate bene le foglie di borragine, asciugatele e tagliatele grossolanamente.
Mettete il lievito in un po’ d’acqua per attivarlo. In una capiente ciotola mettete le farine, aggiungete una presa di sale, un pizzico di aglio in polvere a piacere e mescolate bene. Formate la fontana e aggiungete a filo al centro l’acqua girando velocemente con una forchetta, per non formare grumi, unite per ultimo il lievito che avete già fatto sciogliere in acqua. Aggiungete le foglie di borragine e mescolate ancora. Coprite con un telo e lasciate lievitare. Il tempo di lievitazione dipende dalla temperatura dell’ambiente, può variare da una a due ore circa.
In una padella mettete l’olio e, quando è ben caldo, buttate il composto formando le frittelle con un cucchiaio. Fatele dorare su entrambi i lati e ponetele su carta assorbente ad asciugare. Servite ben calde.
“Non uccidere” non si applica all’omicidio di una sola specie,
bensì a tutti gli esseri viventi
e questo comandamento fu scritto nel cuore dell’uomo
molto prima di essere proclamato sul Sinai.
Lev Tolstoj





