Ore 7,15, Torino.
C’è da svegliarsi presto per andare a comprare i frutti del mercato se si vuole arrivare in tempo al di là delle colline, immettendosi senza fretta nelle discese ragionate di naturalissime viti.
Porta Palazzo a Torino ha ritrovato i suoi colori da qualche tempo, dopo essere stata limitata come le attività di tutti a file incerte e sconnesse, impaurite in qualche modo dalla sospensione di tanto mescolarsi; anche i meloni hanno invece ora ritrovato l’aria in cui disperdere il loro odore mentre fichi troppo giovani sono secchi non per siccità ma per scarso gusto e tempo inadeguato di maturazione.
Le pesche hanno le loro pelli, i loro colori, le loro bucce, i loro sapori declinati a seconda del cultivar, della maturazione, dell’acqua che le rinfresca prima dell’esposizione sul banco di legno approntato; non è facile capire quali tra queste sarebbero migliori per una ricetta piemontesissima, cacao e amaretti, un po’ di moscato.
I pomodori sono tigrati, gialli, dolci, rossi, pachino, datterini e forse pronti ad approvvigionare qualche piatto complesso di mare o qualche semplice tentativo mediterraneo di freschezza nell’estate che comincia ad essere afosa.
Ha però piovuto ieri notte e arrivando in bicicletta al mercato l’aria sa di fiume, di vento leggerissimo e fino. Il sonno è già finito dietro le porte di casa e il buon mattino non è popolato solo dall’idea della strada che verrà.
Ore 9,20 Canale
Se uno dovesse pensare alla strada per le Langhe da Torino, immaginerebbe prima di guadare il Po, poi di bucare la collina cittadina, infine di tagliare la cintura torinese; SR10, SP128, SR29.
Dal finestrino apparirebbe prima lo stanco mattino cittadino, poi l’illusione boschiva pendente, infine un paesaggio che somiglia già ai campi dell’astigiano, del Monferrato e a volte dell’Emilia Romagna, una piana lineare di mais e frumenti, alberi in fila tra frutti e ombre, ciclisti nostalgici e affaticati.
La luce, anche a luglio, è come soffusa e tagliata. Il chiarore arriva solo una volta fermi a Poirino dove una delle numerose rotonde accoglie la prima sosta per un caffè silenzioso con Chiara, che ha accettato di accompagnarmi.
I fiori e il Castello di Pralormo sottintendono qualche nuova intuizione.
Provincia di Cuneo, medaglia al Valor Civile per la Resistenza.
Si apre il cielo a Madonna della Spina e le gallerie sembrano invitare a passare all’altro lato del Piemonte, in quella terra storica e cangiante; improvvise le vigne scoscese si destano nella scelta delle rotonde che, una dopo l’altra, comunque richiamano Alba, la città dei ventitré giorni. Alcuni mezzi da lavoro rallentano l’andatura, concedendo spazio e tempo. Scambiamo parole miste alle cicale.
E’ già tutto diverso, un riflesso d’acino verde, l’invaiatura non tarderà.
Il Roero, terra morbida di conchiglie e sabbia, si abbandona stanco nei nostri occhi.
10,15 Treiso
Chi passa la riva del Tanaro è già entrato nel territorio splendidamente vitato delle Langhe. SP50, SS231, SP3.
Indicazioni per Mango, la strada che saliva Fenoglio nel ‘43, i ricordi di Pavese iscritti nei racconti che ho letto in un’estate sola e calda qualche anno fa, ne parlo ma non ricordo precisamente tutti i riferimenti, confondo le pagine e le sovrappongo, ma l’idea che ho formato è quella che vedo dispiegarsi intorno.
L’architettura umana dell’intervento sulla collina è un susseguirsi di pendenze diverse, distanze calcolate tra i filari, interventi di vigna; qualche nuvola s’alza dalle piante a ricordare la mano dell’uomo per evitare i malanni, da lontano passando paiono incendi controllati, ma un vivace verde confonde i confini dei produttori.
Ha piovuto poco l’inverno, il sole ha battuto la mano in primavera, piogge improvvise e a volte grandine hanno scandito i primi giorni d’estate.
Nessuno ha mai smesso di uscire di casa lasciando sole le vigne in questi mesi di passione sanitaria.
Intuire le menzioni geografiche sarebbe pretenzioso ma il famoso Cedro del Libano domina i luoghi, bussola del tempo allungata sotto il fogliame.
Entrambi siamo già stati qui con qualcun altro, ne parliamo ricordando.
Salita la collina da dietro, taglio il pendio a metà e ci ritroviamo da Pelissero, meta del periplo minimo.
Entrando Mara saluta e prepara la visita “Menomale Carlo ha avvisato, siete solo i terzi della settimana”. Passiamo nella sala degustazioni rinnovata e purtroppo mai utilizzata causa pandemia, adocchiamo le vigne appena sotto la finestra aperta. “Da lì viene la nostra Barbera d’Alba D.O.C. Piani ci informa. La sera prima, a cena, sul tavolo era apparsa l’annata 2017. “Il suo nome non si riferisce al suo carattere ma alla disposizione della vigna” aggiunge.
La vista è magnifica dal terrazzamento sporto sul Barbaresco, l’aria è cambiata venendo in qua, godiamo del fresco mentre Mara inquadra la storia dell’azienda, della zona, delle vigne.
E’ un fresco unico che dipende dall’altitudine impareggiabile del luogo scelto da Pelissero per la produzione, poco più di 400 metri, uno dei più alti della zona.
Lentamente passiamo per i vari locali, vogliamo vedere tutti gli ambienti e Mara è contenta di accompagnarci, crede nel lavoro della cantina.
L’acciaio al buio, pronto a ribollire in maniera controllata, riflette le nostre figure insicure mentre ci facciamo spazio e prendiamo confidenza con lo spazio che non conosciamo. La cantina è organizzata in maniera quasi circolare, si passa da un ambiente ad un altro attraverso porte che si aprono rapide.
Rovere, alcuni contenitori storici in cemento ancora utilizzati per produzioni ridotte, botti grande, barriques.
La firma elegante Pelissero sfila mentre chiediamo curiosi “Per alcune produzioni privilegiamo legno giovane, le cambiamo spesso. Questo per produrre circa 250.000 bottiglie da 42 ettari su 5 comuni, tutti di proprietà, con un export internazionale che raggiunge il 70% del finito, è un lavoro continuo” risponde Mara. Parliamo del Terroir unico firmato Barbaresco “Siamo orgogliosi di farne parte: Vanotu, Tulin, Munfrina, Augenta, Piani sono tutti nomi che hanno un significato per noi che va oltre le menzioni geografiche, richiamano l’idea che abbiamo voluto instillarvi” ci spiega mentre, tornando verso le finestre aperte sulle colline nette, intuiamo la torre medievale a sinistra, il Castello di Guarene a destra.
La degustazione inizia su un tavolo illuminato vicino alla finestra ventilata, ci sentiamo quasi sopra le colline.
Le Nature Langhe D.O.C. Favorita, Langhe D.O.C. Riesling Rigadin, Barbera d’Alba D.O.C. Piani, Langhe D.O.C. Rosso Long Now, Barbaresco D.O.C.G. Nubiola, Barbaresco D.O.C.G. Vanotu. Scegliamo di assaggiare una parte dell’ampia produzione Pelissero.
Bianchi di arenarie e marne azzurre, il mare delle conchiglie sotto la vigna.
La natura della Favorita ci introduce con la sua facilità di beva e intrigante freschezza che segue la brillantezza del suo colore, rispettato dalla pienezza delicata in bocca.
Il Riesling, esposto a nord, rivela la sua complessità e il suo corpo; un accenno di pietra focaia modulata rispetto ad altri vini della stessa origine, note di agrumi e piante aromatiche molto delicate, la mineralità che esplode sinuosa nella sua struttura tagliente.
Rossi di terreno morbido venato di minerali, esposizioni soleggiate diluite dal vento.
La Barbera è un ricordo della cena di ieri; impiantata su terreno argilloso, morbida e con discreta struttura tannica, dal colore vivissimo rubino intenso, ci accompagna con la sua persistenza nel percorso.
“Long Now è unico, un assemblaggio delle nostre tradizioni in parti uguali, Nebbiolo e Barbera, come avrebbero fatto i nostri nonni ma davvero innovativo” E’ un lungo presente che sentiamo sfiorare le labbra e scendere equilibrato; il suo aspetto è poco penetrabile e i suoi varietali evolvono via via che lo aspettiamo nel calice: frutti rossi maturi, intuizioni di spezie che poi vengono aperte nell’avvolgente calore sapido che scopriamo.
Alcune nuvole inattese rinfrescano ulteriormente mentre il colore rubino invitante del Nubiola scende nel bicchiere; erbe officinali ravvivano i nostri sensi, un preambolo di ciò che sarà questo Barbaresco già ora morbido con chiusa asciutta. Sembra nascere dai diversi terreni di provenienza che concertano per ricordare la forma stessa del Nebbiolo nella sua espressione più pulita. Una selezione tradizionale della famosa uva rossa.
“Vanotu, qui nelle Langhe, abbrevia Giovanni, il nome del nonno di Giorgio, vecchio proprietario della cascina del vigneto. Ha una complessità tannica e avvolgente che proviamo a rispettare dal 1960, anno del primo imbottigliamento” ci informa Mara mentre versa il liquido dal colore ampio, rubino con qualche sfumatura già più flebilmente aranciata. Rosa, violetta, salvia, menta, ciliegia, vaniglia. La strada verso il suo invecchiamento è lunga ma la sua carica vellutata tendente all’armonia è già individuabile nelle note speziate leggere e nel suo persistente tannino quasi dolce.
Lo degustiamo aspettando come se quel tempo di invecchiamento potesse già trascorrere nell’arco della nostra permanenza in cantina.
Long Now, Langhe

Seduti sotto il Pergolato dell’Osteria dell’Unione di Treiso lasciamo che il calore della mezza fonda i nostri muscoli riposati sulla sedia, assecondando l’alcolicità moderata che ci coccola.
Una chiocciola su una piastrella all’ingresso ci ricorda il legame con lo Slow Food, noi ragioniamo lentamente sulla scelta, indugiando nell’aria tiepida.
Ordiniamo antipasto piemontese, tajarin della casa, coniglio ai peperoni e veniamo rinfrancati da qualche assaggio ancora vinoso.
I fili del tajarin fatti in casa son come drappi fini di pasta all’uovo, quasi un unico col ragù tradizionale piemontese, son proprio come li faceva Pina. Il coniglio ossuto per natura è tenero e ammorbidito da un gioco dolce amaro di peperoni di colori diversi.
Parliamo di quelle colline, del suo immaginario, chiacchieriamo con la cucina e con Fabio che aggiunge torta alle nocciole con caffè ai nostri desideri. E’ solo in quel momento che ripenso a quanti noccioleti abbiamo passato sulla nostra strada, a come anche questo aspetto del paesaggio si sia modificato.
Quell’idea delle Langhe che avevo maturato da ragazzino nella lettura di Pavese è probabilmente il negativo del rullino che andrà in sviluppo tra qualche settimana.
Le strade e i sentieri confusi, le ripidità morbide, l’arsa aria ventilata, i colori che girano e tornano nei mesi, le parole sul vino e la vigna, le mani di chi fa le cose alla maniera langarola, gli edifici che spariranno nella nebbia e riappariranno con le gemme dell’acino, la sosta terrena di una passeggiata ritagliata.
Pensare di riprendere la strada per Torino, spazio di 65 km, mi ricorda del tempo dilatato che è adesso.
I mari del Sud da Lavorare Stanca Cesare Pavese
Pelissero
pelissero@pelissero.com
![]()
Osteria dell’Unione
Via Alba, 1 – 12050, Treiso (CN)
+39 0173 638303






