Come nella brillante commedia di Oscar Wilde– The Importance of Being Earnest – tutto risiede nell’importanza di un nome e nella messa in atto di un doppio risolto con un gioco di parole. Possiamo chiamare vino un prodotto con tasso alcolometrico non superiore a 0,5% vol ?
Facciamo un sunto della situazione.
Mancano ormai una manciata di ore alla decisione dell’Unione Europea sul Regolamento comunitario, ora in bozza, – il n. 1308/2013 – che prevede l’ autorizzazione, nell’ambito delle pratiche enologiche, all’eliminazione totale o parziale dell’alcol.
La discussione che si concluderà il prossimo 26 maggio, è uscita da Bruxelles e ha coinvolto associazioni di categoria, produttori e politici divisi tra favorevoli e contrari.
Da una parte chi intravede una nuova opportunità per il mondo del vino sfibrato dalla pandemia e chi invece teme per una perdita in termini di qualità e integrità, soprattutto pensando alle denominazioni. E proprio a questo proposito il testo Ue originario chiarisce che per quanto riguarda D.O.P. e I.G.P., sarà consentita solo una dealcolizzazione parziale, mentre le “pratiche di dealcolizzazione totale” sarebbero riservate ai vini da tavola.
Il problema non riguarda la liceità a produrre vino dealcolato, la cui introduzione all’interno dell’Ocm (Organizzazione comune di mercato) era già presente nella prima proposta della Commissione Europea di giugno 2018, dove all’articolo 193 dello stesso regolamento facevano la loro comparsa i termini “vino dealcolato” (tasso alcolometrico non superiore a 0,5% vol.) e “vino parzialmente dealcolato” (tasso alcolometrico compreso tra 0.5% e il limite stabilito per Paese, che in Italia è circa il 9%, appunto) e considerato che la decisione è lasciata ai singoli Stati, tanto che già Spagna e Germania per esempio hanno ammesso la dicitura, ma diventa necessario armonizzare la pratica a livello europeo.
Il nodo, come si diceva, riguarda il nome da dare a questi prodotti e il conseguente inserimento o meno all’interno del comparto vino soprattutto in considerazione della nuova PAC (Politica Agricola Comune).
La soluzione indicata prevede di stabilire dei requisiti di etichettatura obbligatoria in cui tali prodotti saranno si chiamati “vini”, ma con la specifica di “dealcolati” o “parzialmente dealcolati” e con gradazione alcolica in evidenza. Il portavoce della Commissione Balazs Ujvari ha tenuto a precisare: “La Commissione Europea non ha mai proposto di annacquare il vino, ma semplicemente di modificare il quadro giuridico Ue per consentire lo sviluppo dei vini dealcolati, cioè con un tenore alcolico minore rispetto al vino propriamente detto, prodotti per cui si riscontra una domanda crescente e che potrebbero costituire un’opportunità interessante per il settore”. Il pensiero va quindi ai mercati soprattutto a quelli di chi non può bere alcolici, a chi ne fa una questione salutistica, alle preferenze per le basse gradazioni del Nord Europa e dei Paesi asiatici.
In realtà andrebbe fatta un’analisi più profonda proprio su questa nominazione.
Chiamare vino seppure aggettivato con “dealcolato”, porta a un cambio di significato della parola.
Se è dealcolato possiamo davvero ancora chiamarlo vino?
Seguendo Benjamin che affermava: “è essenziale a ogni cosa comunicare il suo contenuto spirituale” non possiamo non vedere il punto del problema (rafforzata anche dalla doppia accezione del termine spirituale).
Vino dealcolato ricorda il gioco linguistico di Wittgenstein: quando cambiano i giochi linguistici cambiano i concetti e con i concetti i significati delle parole. Dunque Vino dealcolato equivarrebbe a un cambio di significato della parola vino.
Le spinte economiche e di mercato immediate hanno tenuto conto delle possibili conseguenze di una snaturazione del termine nel futuro? Nella percezione comune, considerando anche la tendenza all’economia del parlante, l’aggettivazione rischia di perdersi nei meandri della pigrizia linguistica riducendo tutto a “semplice” vino “annacquando” di fatto un patrimonio culturale accumulato nei secoli.
In tutto questo discorso sembra poi aleggiare una grande assenza, elemento invece di solito ossessivamente sbandierato: ovvero la qualità.
Quali sono le conseguenze della dealcolizzazione sull’equilibrio del vino e il suo mantenimento ? E sull’invecchiamento?
Sembra di essere di fronte allo scaffale dei surgelati ormai invaso da hamburger e cotolette vegane. Ma se si decide di rifiutare la carne per nobili, seppur non da tutti condivisi, motivi, perché adottare forma e linguaggio dei principali preparati a base di carne?
Perché non dare spazio a una creatività legata alla sostanza senza rimanere intrappolati nel facile escamotage dell’aggettivazione?




