Partiamo dalla parola autoctono che deriva etimologicamente dalle parole greche autòs (stesso) e chtòn (terra) e nel mondo della enologia un vitigno è autoctono quando vi sono prove di una sua profonda presenza in un territorio che è originario di un luogo e che si è ambientato ed evoluto nel tempo in quella zona. Vi è quindi un vincolo bidirezionale tra vitigno e territorio.

E’ il 28 settembre e presso il chiostro di San Francesco ad Acquapendente si parla di un vitigno che potrebbe essere una grande opportunità per il territorio acquesiano: il vitigno autoctono “Empibotte”.
Apre i lavori il direttore della riserva naturale di Monte Rufeno Massimo Bedini spiegando la volontà di cercare nel territorio aquesiano l’esistenza di un vitigno autentico legato alla storia e alla tradizione quale opportunità per rafforzare il legame tra territorio e produzioni vitivinicole.
D’altra parte il patrimonio ampelografico italiano è il più ricco al mondo.
Dopo una ricerca accurata sul territorio, poco più di 63 ettari è questo Il territorio vitato di Acquapendente come viene spiegato dal funzionario Arsial

Giovanni Pica viene prelevato, da una vigna vecchia del produttore di uva Alvio Fusi un tralcio dal vigneto ed inviato al CREA di Conegliano Veneto per le analisi sanitarie preliminari ai fini della caratterizzazione del vitigno autoctono e sua eventuale iscrizione al Registro Nazionale delle uve da vino.
Il Crea di Conegliano Veneto lo definisce come vitigno autoctono “Empibotte”.

La caratteristica di questa uva è di avere un grappolo allungato e molto compatto quasi serrato con una buccia non molto coriacea. Per questa prima sperimentazione, spiega Domenico Tiberi del Crea di Velletri, durante la vinificazione sono stati usati lieviti neutri al fine di evidenziare le caratteristiche intrinseche del vitigno.
Iniziamo gli assaggi dei due vini con il servizio del sommelier Claudio Sarti. A guidare la degustazione del primo vino è Paolo Pietromarchi – Crea

Velletri. Dopo un’occhiata all’aspetto visivo ecco che il naso si avvicina al bicchiere, un attimo di silenzio ed emergono note piacevoli di frutta matura. Il gusto è dominato da una verve acida e pienezza di sorso,.
Il secondo vino in degustazione che ha realizzato la fermentazione malolattica al naso presenta profumi più tenui del precedente ma si fa riconoscere subito per la sua eleganza. In bocca è meno aggressivo del precedente e spicca una piacevole sapidità.

La degustazione sta per finire ed il vino lascia in bocca una piacevole sensazione di sapidità ed acidità nota tipica minerale dei vini vulcanici.
Chissà che note evolutive ci riserverà questo vino … Lo scopriremo nei prossimi mesi!!




