Siamo nell’Emilia allungata fra l’ olmo e il vigneto, voltata a cercare quel mare mancante dove il monte Appennino rivela il segreto e diventa un gigante cantata da Guccini.
La strada attraversa paesi tutti uguali, colonie di case attaccate ai bordi della carreggiata, interrotte da distese punteggiate di capannoni industriali e poi di nuovo case, bar, stazioni di servizio, empori di mobili o ceramiche in un traffico continuo di macchine che scorrono soffocate da questa pianura dagli orizzonti troppo stretti. Poi finalmente usciamo da questo monotono paesaggio dell’operosità emiliana, la strada sale verso Monteveglio. La collina mostra la sua variegata conformazione, linee più regolari disegnate dai campi a seminativo si alternano a quelle frastagliate dei boschi e dei calanchi. L’ordine geometrico dei vigneti si adegua e segue il morbido profilo della collina, sottolinea lo scivolamento del terreno svelando la dolcezza del paesaggio. Un tappeto di colture si srotola su questo territorio sinuoso, sorprendente e solare.

Da lontano si scorge il tratto veloce del simbolo de La Mancina. Francesca ci accoglie con familiarità e simpatia.

L’azienda è stata fondata dal nonno, Franco Zanetti, importante allevatore della zona, che l’acquistò nel 1964 per dedicarla principalmente alla produzione di latte e poi, dopo il 1994, alla riproduzione di vitelli fino al 2006 quando la stalla è stata definitivamente “svuotata”: “Con grande dispiacere di mia figlia Dounia che si è lamentata con il nonno, ripetendogli: Mi hai venduto le mucche prima che arrivassi”. Ci dice Francesca e ci spiega anche il nome “La Mancina” dovuto a una sconsiderata trascuratezza dei vecchi proprietari, che, negli anni ’40, nel costruire la casa, non avevano tenuto conto della direzione dei venti e si erano ritrovati ad avere la porcilaia sopravento con le logiche conseguenze olfattive, per cui in paese si diceva: “Quella l’è una ca’ manzèina” ovvero una casa mancina, nata storta. Ci raggiunge anche il padre di Francesca, dai modi distinti e affascinanti, mette a disposizione della figlia, che appoggia e supporta con naturale dolcezza, la sua esperienza lavorativa e una efficace capacità comunicativa maturata lontano dall’azienda agricola. Quella di Francesca è una famiglia particolare che ha saputo miscelare bene le idee tradizionaliste del nonno con la modernità di rapporti allargati e articolati che hanno rafforzato il senso di appartenenza e di coesione familiare anziché indebolirlo. Quando si è trattato di capire chi dovesse affiancare nonno Franco per poi subentrare nella gestione aziendale la prima scelta non è stata Francesca, figlia femmina con un diploma di maestra elementare. Ma la sua caparbietà, la passione che aveva nel
frattempo maturato per l’agricoltura, in particolare per la viticoltura, hanno presto avuto la meglio: “Ho sempre venerato mio nonno, quando ho iniziato a “bazzicare” in azienda ho sentito che era il lavoro per me e alla fine si è dovuto arrendere all’evidenza, ero l’unica che aveva veramente voglia di mettersi in gioco in azienda”. Ancora oggi, ci racconta, le giornate sono animate dai confronti con il nonno che rimane punto di riferimento essenziale. Francesca ci porta nell’accogliente sala degustazione dove spesso ospita serate di assaggi con prodotti locali. Nella zona l’enoturismo funziona, le aziende sono spesso collegate e anche dove non è ufficiale esiste una rete che permette al turista di sentirsi accolto e coccolato.
Gli occhi nerissimi e luminosi di Francesca svelano un carattere forte e un’intelligenza brillante, l’entusiamo trascinante e una femminilità consapevole che non ha bisogno di essere ostentata conquistano definitivamente gli interlocutori. La sua idea fin da subito è quella di trasformare l’azienda e puntare sul vino, in particolare sul Pignoletto: “È un vitigno autoctono ed estremamente interessante, pensa che il 70% dei 27 ettari a vigneto è Pignoletto, così ho iniziato a cercare un enologo con esperienza sui vini bianchi e ho incontrato Giandomenico Negri. Gli ho chiesto di darmi le basi, di avere le conoscenze su cui poi innestare l’esperienza. Ci siamo capiti subito. Mi ha aiutato a iniziare e mi ha invitato da Mottura, monsieur Grechetto come lo definiscono le guide. Ed era proprio quello che cercavo, vedere da vicino e poter parlare con qualcuno che aveva ridato dignità a un vitigno per anni trascurato”. La Mancina parteciperà il prossimo 26 -27-28 luglio a Nelle Terre del Grechetto a Civitella d’Agliano. La manifestazione, organizzata da Carlo Zucchetti, vuole dare risalto a questo vitigno, ma anche sottolineare il legame con il Pignoletto.
Carlo: “Quali sono, se esistono, le differenze tra Pignoletto e Grechetto? Al di là delle difformità tra i due cloni g109 Grechetto di Orvieto e il g5 Greco di Todi, mi sembra che si possa parlare di un unico vitigno che cambia a seconda del terroir, che diventa dunque un grande interprete del territorio”.
“Soprattutto sui vecchi esemplari la differenza non c’è, i grappoli sono simili e anche il vino presenta, come dimostra il nostro Talea che proviene da un vecchio vigneto, tannini molto vicini a quelli del Grechetto. Sui nuovi le distanze si rivelano in vinificazione, il Pignoletto tende più al verde, al mosto ed è meno portato a invecchiare, ma bisognerebbe capire anche quello che è stato fatto in vivaio”.

Carlo che è molto attento ai vini bianchi da invecchiamento chiede: “Fino a qualche anno fa anche sul Pignoletto parlare di invecchiamento sembrava un’eresia, adesso ho visto che si inizia a fare qualcosa”. “Le prime volte che al Consorzio si parlava di longevità in molti erano perplessi se non addirittura apertamente contrari, poi ci si è resi conto che è invece proprio il suo percorso. Personalmente ho sempre pensato che fosse assurdo uscire nell’anno di vendemmia, Terre di Montebudello ha bisogno di almeno un anno di invecchiamento. Ora il disciplinare ci ha dato ragione e per il Pignoletto classico ha fissato come data post quem il 4 ottobre”.
Carlo: “Le lavorazioni sono manuali o meccaniche?”
Francesca:”Le lavorazioni sono meccaniche, la raccolta è per la maggior parte manuale. Stiamo cercando di passare al biologico e per adesso siamo in regime integrato avanzato”.
Carlo: “E le esportazioni che percentuale coprono?”

Francesca:”Stiamo cercando di consolidare i mercati che abbiamo conquistato e di espanderci, ma c’è ancora molto da fare. Per adesso abbiamo contatti aperti con gli USA e l’Oriente. Però consiglierei di continuare a parlare di fronte a una buona fettuccina al ragù di prosciutto tipica della nostra zon
a. Andando verso la trattoria vi mostro il più vecchio dei miei vigneti quello che somiglia al Grechetto da cui proviene il Talea”. Con lo stomaco pieno di aspettative ci inoltriamo in questo vecchio vigneto, stranamente alto rispetto a quelli che siamo abituati a vedere, che scivola sul colle e guarda l’orizzonte in tutta la sua maestosità.
LA MANCINA
Via Motta 8, Montebudello
40050 Monteveglio, Bologna (ITALIA)
Tel. +39.051.832691 Fax. +39.051.835441
I vini
Colli Bolognesi D.O.C. Pignoletto Frizzante
Colli Bolognesi Classico D.O.C.G. Pignoletto Terre di Montebudello
Talea VdT (Pignoletto)
Colli Bolognesi D.O.C. Barbera Frizzante I.G.T. Emilia
Colli Bolognesi D.O.C. Barbera I.G.T. Emilia Foriere
Colli Bolognesi D.O.C. Cabernet Sauvignon Comandante della Guardia
Colli Bolognesi D.O.C. Merlot





