Vini georgiani a Roma

Nei giorni 25/26 settembre 2020, presso l’Auditorium di Sant'Aquila e Priscilla, Marco Cum di Riserva Grande in collaborazione con Tamar Tchitchiboshvili (responsabile della distribuzione in Italia), 8Millennium, sotto il patrocinio dell’Ambasciata della Giorgia, hanno presentato una selezione di vini georgiani al pubblico romano. Presenti alla degustazione anche l’Ambasciatore Konstantine Surguladze e Sopo Kartsivadze dell’Ambasciata Georgiana a Roma.
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Tra i monti del Caucaso e il Mar Nero si trova la culla della viticoltura mondiale. La Georgia insieme all’Armenia e l’Azerbaijian sono considerate la patria ancestrale della viticoltura, i luoghi in cui sono state rilevate le prime tradizioni culturali del legame uomo vite vino. La storia della vite ha inizio, infatti, 60 milioni di anni fa. Il periodo caldissimo dell’Eocene, vide la comparsa del genere Vitis, con oltre 60 specie di cui una, Vitis vinifera sylvestris, antenato selvatico della vite domestica, si affermò nell’Asia Occidentale e nell’area Euro-Mediterranea.
Durante le ere glaciali del Quaternario la vite, che è una specie termofila, riuscì, comunque, a sopravvivere nella fascia costiera del Mediterraneo e in aree rifugio poste a sud delle grandi catene montuose, del Gran Caucaso, delle Alpi, e dei Pirenei. Sicuramente è in queste zone che gli esseri umani, durante l’ultima glaciazione (la cosiddetta glaciazione di Würm), hanno avuto un primo contatto con la vite, probabilmente consumandone i frutti e dando vita in qualche modo alle prime bevande fermentate, antenate del vino. E’ solo nella fase mite dell’Olocene che l’agricoltura ha avuto inizio con la domesticazione delle piante erbacee, frumento, mais, orzo, riso, sorgo e leguminose varie che divennero ben presto essenziali per la vita dell’uomo.
Ad attestarlo contribuiscono gli studi condotti da Patrick Mc Govern che tramite la metodologia dell’archeologia molecolare ha potuto analizzare non solo il DNA di un vinacciolo di 8.000 anni fa, ma anche un pezzo di legno di vite proveniente dal sito archeologico di Nosiri nella Georgia Occidentale. A circa trenta chilometri da Tblisi, un gruppo di archeologi internazionali, ha riportato alla luce la più antica cantina a cielo aperto. Negli scavi dei ruderi delle case circolari, sono stati rinvenuti resti di vasellame decorati esternamente con dei grappoli d’uva e grandi vasi circolari interrati nei pavimenti delle abitazioni, e grossi quantitativi di polline di vite in tutto il terreno circostante.La rivista Pnas ha pubblicato i risultati delle analisi chimiche e della datazione al radiocarbonio, certificando la produzione di vino su larga scala in questa zona, già nel 6 mila a.C. e l’incredibile record della regione georgiana, dove le viti ancora oggi crescono ovunque, persino fra le crepe dei muri.
Non va dimenticato che la viticoltura armena era talmente avanzata che nell’VIII secolo a.C. la valle dell’Ararat venne descritta come terra delle vigne nelle iscrizioni dei Re di Urartu, un impero degli altipiani che si estendeva dal corso superiore del Tigri all’Azerbaijain. Quello che lega il vino e la coltivazione della vite alla Georgia è una storia che affonda le sue origini in tempi antichissimi nutrendosi di miti, leggende e tradizioni.
Il metodo tradizionale di vinificazione georgiano in Qvevri, dal 2013 è stato iscritto nella lista Unesco del Patrimonio Immateriale dell’Umanità, proprio per la sua tipicità e per lo stretto legame con la cultura contadina georgiana.
Nel corso dei secoli si sono sviluppate due tecnologie per la produzione del vino:
il metodo kakhetiano (regione del Kakheti)
il metodo imeretiano (regione di Imereti)
che si differenziano per le particolarità del contenitore, in diverse percentuali dove la macerazione può durare svariati mesi.
E’ facile dedurre che i vini georgiani non solo possiedono una storia unica ma anche un gusto particolare, rispecchiando una personalità che varia a secondo delle caratteristiche del territorio in cui sono prodotti, e i
vari metodi tradizionali da cui nascono. Qui la tradizione è talmente forte che c’è ancora oggi l’usanza di riempire di vino un kvevri alla nascita di un figlio, e di riaprirlo solo il giorno del suo matrimonio.
Questi i vini in degustazione:
1. VELLINO – Mtsvane 2018: 3 mesi di macerazione, affinamento in anfora e poi 6 mesi in acciaio
2. VELLINO – Rkatsiteli 2018: macerazione in anfora per 6 mesi
3. BROTHERS KHUTSISHVILI: Rkatsiteli 2018: macerazione 6 mesi in anfora, successivi m6 mesi
in acciaio
4. ABDUSHELISHVILI – Rkatsiteli 2019: 10 mesi di affinamento in anfora
5. ABDUSHELISHVILI – Rkatsiteli 2018: 18 mesi di affinamento in anfora
6. 8MILLENNIUM – Rkatsiteli 2018: fermentazione alcolica spontanea, poi 6/7 mesi in anfora senza
travasi: successiva separazione dalle fecce e poi altri 12/14 mesi di ulteriore affinamento in anfora
7. 8MILLENNIUM – Rkatsiteli 2017:fermentazione alcolica spontanea, poi 6/7 mesi in anfora senza
travasi: successiva separazione dalle fecce e poi altri 12/14 mesi di ulteriore affinamento in anfora
8. NAPHERI – Goruli Mtsvane Qvevri 2019
9. NAPHERI – Tsarapi Rkatsiteli Qvevri 2019
10. BROTHERS KHUTSISHVILI – Kisi 2017: macerazione 6 mesi in anfora e 6 mesi in acciaio
11. VELLINO – Tavkveri 2019: rosato, 4 ore di macerazione in acciaio, separazione dalle bucce per
gravità, solo il succo viene fermentato
12. BROTHERS KHUTSISHVILI – Saperavi 2017: 6 mesi di macerazione in anfora e 6 mesi in
acciaio
13. VELLINO – Saperavi 2018: macerazione in anfora poi 6 mesi in acciaio
14. NAPHERI – Saperavi qvevri 2019
15. 8MILLENNIUM – Saperavi 2017: fermentazione alcolica spontanea, poi 6/7 mesi in anfora senza
travasi: successiva separazione dalle fecce e poi altri 12/14 mesi di ulteriore affinamento in anfora

Vini estremamente interessanti, molti veramente complessi, acidità importanti, piacevolezza di beva e grande eleganza.
Le uve bianche più utilizzate il mtsvane (il cui significato è uva verde) e il Rkatsiteli, l’uva bianca più famosa il cui nome significa corno rosso per via del colore ramato del grappolo.
Tra i vitigni a bacca rossa la fa da padrone il saperavi.

Catia Minghi www.momentidivini.it

 

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