Slow Food Village 2015 – Premio speciale al Maestro Italo Arieti

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Italo Arieti con il Premio Speciale Slow Food Village 2015 insieme ai nipoti e al figlio Giampaolo

Quando qualche sera fa  Giampaolo Arieti, figlio di Italo, assieme a Luigi Pagliaro, mi ha proposto di dire “due cose” in occasione del premio speciale che lo Slow Food Village aveva deciso di consegnare a Italo Arieti. Sono stato attraversato da differenti emozioni. La prima: orgoglio. Di essere io, a nome di tutti noi, a dire  pubblicamente, grazie a Italo ! Per quello che ha fatto per la Tuscia. Per come lo ha fatto. L’altra di essere inadatto. Pensato da uno che gira sempre con un cappello e un ascot, non è poco! Incapace di spiegare fino in fondo cosa rappresenti Italo per tutti noi, per la Tuscia. La certezza che riuscire a non dire banalità sarebbe stato molto difficile o addirittura impossibile. Conosco Italo da molto tempo e ne ho sempre apprezzato la lucidità, la schiettezza, la capacità di amare la nostra terra. Ho ritenuto opportuno, però, andare a rileggere alcune sue interviste. Consultare di nuovo, come faccio periodicamente, i suoi libri e alcuni dei suoi appunti che mi ha donato. Ho trovato un’ intervista all’Italo Arieti politico che non avevo letto. Sapevo, ovviamente del suo essere stato Assessore al Comune di Viterbo, Presidente dell’Ente Provinciale del Turismo, dell’Istituto Autonomo Case Popolari, membro dell’Assemblea del Consorzio per la promozione dell’Università della Tuscia e molto altro. L’autore dell’intervista apparsa sul Corriere di Viterbo, Maurizio Makovec, conclude l’interessante pezzo con queste testuali parole:

”Un rimpianto? Personaggi del genere avrebbero potuto dare di più ma il sistema dei partiti li ha stritolati”.

Io vorrei ringraziarlo, invece, quel sistema. Poichè ci ha regalato uno studioso, un strenuo difensore e promotore dei nostri giacimenti enogastronomici. Questo è il modo di giusto di fare politica. Quello che ci piace. Lavorare, adoperarsi per la comunità.

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Carlo Zucchetti in primo piano, Italo Arieti e Patrizio Mastrocola

L’originalità della sua ricerca è stata quella di non limitarsi alla parte storica, fatta negli archivi, nelle biblioteche. Bensì di ripercorrere la cultura orale delle classi subalterne, come la sua cultura socialdemocratica imponeva. Spesso mi ha raccontato del suo osservatorio speciale. In un’ intervista rilasciata a Francesca Mordacchini Alfani per il nostro giornale racconta:  “L’occasione la coglievo ogni giorno, in Ospedale dove le nonne spesso accompagnavano i nipoti alle visite e io mi facevo portare le ricette. Ho accumulato un materiale enorme di appunti e soprattutto ho potuto avere una panoramica gastronomica che si estendeva a  tutta la provincia.” Il suo interesse per le varianti delle singola ricetta elaborata con piccole  modifiche a pochi chilometri di distanza, per gli scarti minimi, ma significativi  da paese a paese, da classe sociale a classe sociale, è stato quasi maniacale. Attraverso le ricette ha saputo leggere le differenze e farne  un paradigma per interpretare il mondo. La cultura materiale diventa così una chiave di lettura, uno strumento importante. La sua cultura umanistica gli ha permesso di apprezzare  la capacità delle donne di Tuscia di inventare piatti utilizzando le materia prime della nostra terra, anche quelle considerate, una volta, più povere. La sua più importante fonte è stata sua madre Ilde, d’altronde siamo italiani! Ognuno di noi pensa che il migliore cuoco sia sua madre. Di sicuro, per i maschietti, non lo sono le mogli o le compagne. Al massimo le nonne!

Da lei, lo ricorda sempre, ha imparato la grammatica della cucina. Il saper utilizzare al meglio i prodotti della terra. Il rispetto per la nostra tradizione. La consapevolezza che un nuovo umanesimo, come gli piace rammentare, non può che partire dai territori, dal rapporto con nostra “madre terra”.

Una delle sue fatiche “Erbe della Tuscia nel piatto” ridà onore e dignità culturale all’erbe spontanee frutto essenziale della terra. Di una terra feconda, munifica che regala non solo sostentamento ma sapori, fascinazioni culinarie. Il rammarico di Italo è anche il nostro. La consapevolezza che senza un intervento organico questi saperi verranno a mancare e che tra un paio di generazioni neanche nelle campagne gli umani saranno in grado di riconoscere la differenza tra la cicuta e il prezzemolo.

La sua fatica maggiore ed imponente “ Tuscia a Tavola” è giunta ormai alla decima edizione. Il successo è non solo di essere un compendio enciclopedico dei nostri piatti ma di essere anche uno strumento per riappropriarsi delle nostre origini. L’avevo detto. Non dire banalità non sarebbe stato facile. Evito dunque di citare Ludwig Andreas Feuerbach.

Italo, ama ripetere spesso, che una volta eletto presidente  dell’Ente Turismo, si rese conto che ovunque si parlava di cucine regionali ma che della cucina viterbese non si sapeva nulla. Per promuovere la zona decise così di creare una rivista. Nel dicembre 1973 uscì  “Tuscia” e tra le varie rubriche personalmente curò quella dedicata alla nostra gastronomia. Da quella rivista al “rilegarla” come più volte ha detto Italo il passo è breve. Con Tuscia a Tavola si compie il passo, si riesce a sistematizzare la cultura di un territorio, definire da dove si viene per capire le proprie radici per elaborare quello che vorremmo essere. Dall’esperienza dell’Ente del Turismo si è radicata in lui la convinzione che partendo dai prodotti tipici, dall’elaborazione culinaria si possa costruire uno sviluppo differente del territorio. Queste sono le nostre risorse da qui dobbiamo ripartire. La sua profonda convinzione che tutto questo possa essere un patrimonio prezioso da custodire e  vada quindi introdotto  nelle scuole  si lega intimamente al suo essere stato per tanti anni pediatra e primario all’ospedale di Viterbo. Più volte l’ho sentito ripetere ma che cibo diamo ai bambini? Perché non si usano nelle mense scolastiche i prodotti della nostra terra? Per noi di Slow Food questo è diventato un impegno nazionale con gli orti nelle scuole con la massiccia campagna di educazione alimentare. Il suo essere stato un precursore nell’enogastronomia si lega in maniera singolare con alcune sue, Italo mi perdonerà, bonarie fissazioni. Una di queste è l’acquacotta che l’ha portato in televisione e in giro per l’Italia con la Sua Accademia della cucina. Manco a dirlo la delegazione viterbese fu da lui fondata. Come accennavo lo studio delle differenze fra le varie acquacotte sono forse il paradigma della sua ricerca. Banalmente l’acquacotta come cartina di tornasole di un territorio, di una società. L’altro suo cruccio famoso è  il recupero di un prodotto e di un piatto:  la carota viterbese. La sua estenuante promozione, il suo spendersi quotidianamente lo ha portato a sua insaputa, ad avere un affettuoso nomignolo ‘l carota! Di Italo voglio ricordare anche il suo essere franco, sincero a volte polemico. Mi riferisco in particolare alla sua precisa e fondata critica contro chi erroneamente aveva promosso la susianella come un  prodotto derivante dagli Etruschi. Il suo giusto adombrarsi per un messaggio di promozione errato che poteva dare nocumento alla nostra terra inficiando quello che con fatica siamo riusciti a fare.  Oggi tanti parlano delle lenticchie di Onano, dei fagioli del Purgatorio e dei molti ottimi prodotti della nostra Tuscia, ma bisogna ricordare che è stato Italo a rendere possibile questo. Con i suoi studi, le sue ricerche, con il suo impegno a promuovere la nostra terra nella sua intierezza, non solo per il ricco patrimonio archeologico, artistico e paesaggistico, ma anche per il valore dei suoi prodotti e della sua cucina. Noi raccogliamo un’eredità importante che dobbiamo custodire e mettere a frutto nel migliore dei modi. Nella mia vita ho conosciuto molte persone interessanti, ma in particolare mi ritengo fortunato per due motivi: aver avuto la possibilità di vedere Totti giocare e aver incontrato  Italo Arieti che per me è stato un Maestro a cui ora voglio dire con sincero affetto: grazie!

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Brindisi alla consegna del Premio Speciale Slow Food Village 2015. Da sin. Luigi Pagliaro, Angelo Proietti Palombi, Italo Arieti, Stefano Polacchi, Carlo Zucchetti, Giampaolo Arieti

 

 

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