Nella pianura lacustre esistono file di platani monumentali che guidano i viaggiatori lungo le strade corrette, mentre le rotonde che si susseguono sono snodi incomprensibili di direzioni che puntano solo verso il mare o l’entroterra. Un Airone cenerino si confonde alle spighe di grano quasi dorate a cui sembra fare la guardia. La temperatura è alta per cui provo a sfruttare l’ombra del Palazzo dei Provveditori e della Torre Millenaria di Marano Lagunare per aggirarmi tra le pietre fresche e trovare un caffè. Affacciandomi sulla laguna, intuisco la via d’acqua Litoranea Veneta e i “casoni” di paglia dei pescatori, verso l’Isonzo.
Mi inoltro nel territorio e attraverso Torviscosa. Non resisto alla tentazione di fermarmi di fronte all’architettura che mi si impone.

“Ottobre 1937, inizia l’opera per il riscatto della terra e la costruzione del primo stabilimento” mi informa un blocco di cemento vicino al vecchio teatro cittadino, su Piazzale Marinotti, già Piazzale dell’Autarchia. “21 Settembre 1938 nasce il complesso industriale il tenimento agricolo la città” risponde un altro blocco di cemento vicino al CID, Centro Informazione Documentazione, chiuso e apparentemente deserto o abbandonato in questa calda giornata di fine agosto.
Il centro, con la sua torre panoramica alta 47 metri, fu costruito tra il 1961 e il 1963 su progetto dell’architetto Cesare Pea, ed era stato inizialmente concepito come luogo di rappresentanza per delegazioni e partner industriali.
Il piazzale è dominato da una parte dagli edifici connessi all’attività industriale, mentre dall’altra dagli edifici sociali del Teatro e del Dopolavoro. In lontananza si intuiscono le “torri littorie”, strutture di 54 metri destinate alla produzione di bisolfito di calcio, poi dismesse o reindirizzate ad altre produzioni. La lama dell’ascia littoria della torre Nord fu abbattuta il 26 Luglio 1943 alla caduta del regime.
Torviscosa è una città di fondazione nei territori di bonifica legata alla produzione industriale di cellulosa. La sua nascita è strettamente connessa alla SNIA Viscosa, un’azienda italiana che operava nel settore delle fibre artificiali ricavate dalla cellulosa. La città fu progettata come una “città-fabbrica ” per ospitare i lavoratori dello stabilimento e le loro famiglie, con un’architettura di regime.
Il silenzio è pesante come l’aria, e lo spazio dechirichiano. La luce rinforza questa sensazione metafisica di estraneità, due turisti stranieri si fermano incuriositi come me, e mi improvviso guida del sito.
Faccio scalo a Grado per del pesce della cooperativa dei pescatori locali, all’osteria di mare Zero Miglia. Ordino sardele in savor e boreto a la graisana con un bicchiere di friulano e comincio a proiettarmi verso il Friuli e il Collio. Da qui in poi mi verrà più volte ricordata la storia di questo vino “Tocai Friulano”. Gli incredibili mosaici del patriarcato di Aquileia con scene varie animali, silvestri e umane, il foro severiano e il porto romano fluviale, il magnifico Museo Archeologico Nazionale di Aquileia mi accompagnano lungo la strada verso Cormòns da dove partirà la mia esplorazione.
L’Ara Pacis Mundi sulla collina di Medea è la mia bussola putativa, puntando esattamente sul Collio. L’imponente travertino ricorda echi di volontà di pace che oggi alla radio sembrano obsoleti. Già osservatorio durante la Grande Guerra, questa collina mi offre una visione del mio percorso tra il Collio e il Friuli Orientale. La cerchia delle Prealpi Giulie, che intravedo a nord della zona collinare, costituisce un efficace riparo dai venti freddi di settentrione. Questa cerchia, unitamente alla prossimità della costa adriatica che ho attraversato in mattinata, favorisce un microclima più temperato, che sopra queste rocce friabli, marnoso-arenacee, il famoso Klysch o Ponca, opera fatti misteriosi che ritroverò nel bicchiere. Questi terreni di argille calcaree tenere miste a sabbie calcificate dure sono il naturale regolatore idrico della zona, così differenti dalle terre e rocce del Carso; da queste probabilmente deriva la caratteristica ed espressiva impronta minerale e salina dei vini del Collio.
Dalla collina inoltre vedo Cormons dove nel 1964 nacque tra i primi in Italia il Consorzio di Tutela dei Vini del Collio.
Visito la Cantina Produttori di Cormons che oggi, mi viene detto, è più vuota del solito: sono tutti in vigna. Mi consolo con un Friulano Bianco D.O.C. Drius e un frico prima di dirigermi verso la principale meta del giorno.
Ho concordato con Ornella Venica la visita della cantina. Il mio tempismo non è perfetto, stamattina c’è stata molta raccolta, ma mi sento subito a casa attendendo l’inizio della visita vicino al camino nel salone dell’edificio.
La vendemmia quest’anno è iniziata il 22 agosto, a cominciare dal Pinot Grigio e dal Sauvignon.
La 94° vendemmia propone un’uva di qualità dal tenore zuccherino elevato che bisogna proteggere dalle piogge di inizio settembre sotto le quali ci ritroviamo a parlare.
Venica&Venica è un simbolo che viene rispecchiato dal suo Sauvignon, le cui barbatelle sono state piantate nel 1984 sulla collina di Cerò, esposte a Nord-Ovest, quando i vicini Vivai Cooperativi di Rauscedo avevano già 50 anni, ma non certo la quota di mercato mondiale attuale (80 milioni di piante in 35 paesi).
Eppure già nel 1930 il Nonno Daniele aveva acquisito il primo corpo aziendale che ha poi dato vita a Venica.
In quello stesso primo corpo di edificio oggi ci ripariamo in questa giornata capricciosa.
Gianni Venica mi raggiunge sul finire della visita per assaggiare insieme, fare delle considerazioni sull’anno e più generali sul percorso della viticoltura e la sua sostenibilità, il suo futuro.
Fuori intravedo le capezzagne e gli alberi di mele simbolo dell’agricoltura promiscua con le viti “maritate” ai tronchi degli alberi da frutto.
Gli ambienti sono suggestivi e raccolti, il laboratorio enologico è in una posizione strategica, la produzione suddivisa sapientemente nel suo percorso.
Con le circa 350.000 bottiglie e i suoi 40 ettari vitati e vendemmiati a mano, Venica&Venica ha aderito dal 2011 al V.I.V.A Sustainable Wine: valutazione dell’Impatto della Viticoltura sull’Ambiente, un progetto nazionale pilota avviato dal Ministero dell’Ambiente. Il marchio di fabbrica e la visione dell’azienda sono infatti strettamente intrecciati alla sostenibilità ambientale al fine di garantire il mantenimento dell’integrità del terreno e tutelare la biodiversità, puntando a una gestione agronomica e sociale fatta di buone pratiche quotidiane per prendersi cura dell’ambiente, delle persone e della comunità in cui la cantina si trova. Si tratta di un percorso lungo iniziato almeno dal 2006, puntando su energie alternative, che ha portato Venica&Venica ad ottenere nel 2021 la certificazione SQNPI relativa all’applicazione in vigna delle pratiche di lotta integrata volontaria. Inoltre, dal 2019 questo percorso viene condiviso all’interno del Bilancio di Sostenibilità, di cui Ornella mi ha lasciato una copia.
Accanto ad alcuni esperimenti di Friulano in cemento e Pinot Nero Metodo Classico, vengono prodotti gli storici Friulano e Schioppettino, il Riesling, il Pinot Gris, il Pinot Blanc, il Verduzzo, la Ribolla, lo Chardonnay, la Malvasia, e il vino della Pace. Tra questi inoltre spicca il Sauvignon. Come detto, da quel progetto iniziato nel 1984, undici anni dopo è nato il Ronco delle Mele.
Inizio gli assaggi la Ribolla Gialla Collio D.O.C. Adelchi ’23, una Ribolla che viene dall’omonimo vigneto acquisito nell’82 nella zona di fondo valle limitrofa al primo corpo aziendale. Ci addentriamo poi nell’assaggio con un Pinot Grigio Collio D.O.C. Jesera ’23 E così il percorso prosegue per arrivare alla Malvasia Collio D.O.C. Pètris ‘23. Intervalliamo il nostro discorso dando al palato uno Chardonnay Collio D.O.C. Ronco Bernizza ’23, e a questo punto ci ritroviamo nel Sauvignon Collio D.O.C. Ronco delle Mele ‘23, il Sauvignon simbolo dell’azienda affinato per il 20% in botte grande, e al suo fratello maggiore Ex tempore (nel nostro caso un 2016) con un’impronta percepibile ma sostenuta di barrique in percentuale piena, vino di grande respiro e beva.
Vado a riposarmi nel tardo tiepido pomeriggio sulla collina che accoglie l’Abbazia di Rosazzo, residenza estiva e riposo antico degli Arcivescovi e dei patriarchi, tra le colline plastiche con le spalle a nord, ai monti, e con la faccia a sud, alla pianura, dopo essermi perso su i crinali che costeggiano il confine vicino, pieno di malinconia e ricordo.
“se tu vens cassù tas cretis
Là che lor mi àn soterat,
a l’è un splaz plen di stelutis,
dal mio sanc l’è stat bagnàt”
Ceno a due passi dall’abbazia all’osteria Le Badie con salmerino marinato, misticanza, agrumi e cjarsons alle erbe di Carnia con un bicchiere di Illivio. Il verde riposante e caldo della stagione mi restituisce gli aromi del bicchiere fresco. Mi sembra di aver potuto modellare le insenature morbide dei poggi e aver girato nel sole.
Dai Vivai di Rauscedo fino a qui le barbatelle fanno il loro percorso, a volte fermandosi a popolare il lavoro di giovani capaci come Stroppolatini a nord e Due del Monte a sud, o il percorso sapiente dei Keber, Princic, Eredi Gradnik, Ronco dei Tassi e altri…
In questo percorso è facile scivolare tra il Collio e le Colline Orientali. Alcuni di questi produttori, come Gianni Venica, ormai non si sorprendono più della variazione in anticipo della vendemmia – quest’anno anticipata di circa due settimane. I lunghi periodi di pioggia dell’anno e le prolungate ed elevate temperature hanno restituito un’annata complessa, da interpretare. Con una produzione inferiore ma ricca e di qualità, con selezione in vigna e in cantina. La crisi climatica sembra lambire queste zone quasi con un’idea di conquista e distruzione, come spesso il passato ci lascia percepire in questi territori. Eppure, il Friuli è una terra che non vuole rinunce, dove forse si beve ancora oggi più di quanto si vinifica.
Che ci sia ciascun lo dice,
come sia nessun lo sa…






