Si intitolava proprio così il convegno di sabato 26 ottobre a Canepina, “tra crisi e prospettive di rinascita” è stato fatto il punto sui vari mali che affligono il castagno, partendo sì dal cinipide galligeno, ma ampliando il discorso ben oltre l’insetto che da circa un lustro turba il sonno ai produttori. Perché la castanicoltura – coltura di nicchia la cui produzione sui Monti Cimini negli ultimi tre anni è scesa del 90% – è un malato che ha bisogno di molte cure, prima fra tutte l’attenzione delle istituzioni. Tutto ciò mentre nella Tuscia stanno finendo le varie feste dedicate al frutto (sono sei, da Latera a Caprarola) che, se non altro, hanno il merito di sviluppare nel territorio quel turismo gastronomico sempre benedetto.

Il convegno, si diceva. Bruno Paparatti, ordinario di Entomologia all’Università della Tuscia, da anni lo ripete e lo ha ribadito anche a Canepina: il cinipide si combatte solo con il suo antagonista naturale, il torymus sinensis, che (come dimostra l’esperienza piemontese e ancora prima quella giapponese) in dieci anni è capace di sconfiggerlo. Aiutato in questo anche da altri insetti, già presenti sui Cimini, anch’essi antagonisti minori del cinipide, che lo possono (questi sì) definitivamente debellare: il torymus infatti – essendo il cinipide il suo quasi esclusivo nutrimento – non rinuncerà mai del tutto al suo cibo. E’ una legge di natura. Il cinipide, come ormai noto da tempo, compromette il frutto ma non la pianta, la quale però, attaccata, perde vigore e risponde meno agli attacchi di altri agenti (balanino, cidia, pammene fasciana). Per fare un esempio: un raffreddore, di solito innocuo per il corpo umano, può creare complicazioni importanti su un organismo debilitato. Sorge però il problema dei fitofarmaci: tralasciando ogni accenno in merito a problemi ambientali e di salute (che necessiterebbero di un approfondimento specifico), la chimica, che di solito è efficace contro le altre patologie, uccide anche il torymus (ma non il cinipide). Alternative quindi non ce ne sono: bloccarne per qualche anno l’uso lasciando il torymus libero di riprodursi. Una normativa in tal senso, tuttavia, ancora non c’è.
C’è inoltre un altro aspetto affrontato anche questo a Canepina: le variazioni climatiche, contro le quali le istituzioni locali nulla possono fare. Se di notte le temperature sono elevate (o molto elevate rispetto alla media come avviene da qualche anno a questa parte) il frutto all’interno del riccio matura prima e va in fermentazione. Le belle ottobrate quindi alla castanicoltura possono fare molto male. C’è da giurare che, una volta risolto il problema del cinipide (tra qualche anno, ma gli esperti dicono che si supererà se si adottano le misure adatte), il vero tema da affrontare sarà quello climatico (problema del resto comune a molte colture).
Una riflessione, infine, meritano le feste (o sagre o giornate) della castagna che si sono celebrate (o si stanno finendo di celebrare) nella Tuscia. Meritorio innanzitutto è il lavoro svolto dalla Camera di Commercio, che le ha riunite in un unico coordinamento e che si occupa della promozione integrata. Meritorio anche il ruolo di Comuni, Pro loco e associazioni perché hanno saputo attrarre turismo (e reddito) legato alla castanicoltura pur in assenza di castagne. La Sagra di Soriano nel Cimino, per esempio, da tempo è entrata di diritto nel novero delle manifestazioni folkloristiche più importanti della Penisola e quella di Canepina è diventata uno dei templi del mangiare bene, grazie soprattutto al re fieno.
Una riflessione sarebbe il caso di farla, anche solo per integrare e mettere a sistema le varie peculiarità e fare di un territorio, che da solo produce(va) circa il 10% del prodotto nazionale, il vero centro della castanicoltura italiana.




