Il cielo inizia a cambiare i suoi colori, il sole si allontana lasciando arrivare le onde lunghe di una luce sempre più aranciata fino a lasciare posto alla notte, densa, compatta bucata dall’illuminazione delle poche case sparse nella campagna. All’orizzonte l’abbazia di Monte Oliveto si accomoda sulla curva morbida della collina, diffondendo un senso di tranquillità tutto intorno. Siamo a San Gimignano, reduci dall’Anteprima della Vernaccia e stiamo andando al Colombaio di Santa Chiara, ospiti della famiglia Logi, domani mattina andremo a visitare la cantina. Dalle stanze dell’agriturismo saliamo a casa dove ci aspettano per la cena, con noi c’è anche Pasquale Pace (Il Gourmet Errante) che ci ha raggiunto da Firenze.

Mario e Franca Logi ci accolgono con il calore schietto e spontaneo delle belle famiglie numerose abituate ad avere la casa invasa da ospiti, amici, figli, nipoti. I loro tre figli, Giampiero, Stefano e Alessio hanno dato vita alla cantina, ma sono stati l’impegno e il grande amore per la famiglia a renderlo possibile. Nel suo toscano forte, espressivo e materico, Mario racconta ad Alessandra Di Tommaso, vicino al caminetto, di una vita di lavoro duro, ma anche di grandi soddisfazioni. Sembrano ricordi usciti da un libro dell’800, ma a pensarci bene basta prendere una pagina di Bilenchi e rendersi conto che cronologicamente non stiamo parlando di un’altra era, ma di un paese che ancora non aveva vissuto il “miracolo economico” e la radicale trasformazione degli stili di vita che ne è conseguita. “Non ho mai avuto paura del lavoro, a cinque anni badavo i maiali e ho sempre lavorato in campagna, in vigna e con l’allevamento. Poi ho comprato un camion con cui trasportavo gli animali dalla Maremma per i macelli locali. Sono un rivoluzionario del lavoro, uno che ha sempre lottato e faticato. Né io, né mia moglie ci siamo mai risparmiati. Abbiamo sempre cercato di fare di più e meglio, senza tirarci indietro. Io non spiro (invidio) niente a nessuno, non ho mai fatto mancare niente ai miei figli. Hanno avuto la possibilità di studiare e ora di fare questa bella cantina”. In questo percorso è stato sempre supportato dalla moglie Franca, veloce e minuta, che ora traffica tra la tavola e la cucina e ci vizia con un bel piatto di pici al ragù. Intanto sfilano le bottiglie del Colombaio: le bollicine del Lumis, poi Campo della Pieve, Albereta, Selvabianca, Colombaio.

63, 71, 80 non sono numeri da giocare al lotto, ma gli anni di nascita rispettivamente di Giampiero, Stefano e Alessio che nel 2000 hanno deciso di mettere insieme le forze e dare vita al progetto del Colombaio di Santa Chiara, una cantina che si sta facendo notare e che guarda alla qualità. Nonostante si riconosca in maniera netta (soprattutto in Giampiero e Alessio) un caratteristico tratto di famiglia, i tre fratelli sono molto diversi, cosa che ha portato a una naturale distinzione dei ruoli. Quello che si sente e direi quasi si tocca, tanto è forte, è l’unione familiare e la spinta dinamica verso un comune obiettivo .

“Io, insieme a un socio, facevo il norcino e mio fratello Stefano vendeva i nostri prodotti alle macellerie. Nel frattempo s’era acquistato San Donato, dove il babbo aveva lavorato per quarant’anni. Quando Alessio (facoltà di Agraria di Firenze indirizzo enologia) decise di voler fare il vino, abbiamo messo insieme le nostre specificità e abbiamo iniziato a imbottigliare. Naturalmente Alessio si occupa della vinificazione, ma anche delle esportazioni, io del commerciale Italia e Stefano gestisce l’amministrazione e le vendite all’Elba. Ma è ovvio che per la vendemmia si sale tutti sul trattore, si va in vigna e si raccoglie ” Mi dice Giampiero mentre avvolgo i pici che si fanno scivolare addosso la saporita carne del ragù. “Nell’arco di due anni siamo cresciuti molto e avevamo bisogno di rivedere gli spazi, adesso ci sono nuovi progetti su cu stiamo lavorando. Abbiamo fatto investimenti importanti, la nostra è un’azienda con tecnologie avanzate ”.
Carlo Zucchetti, mentre annusa i salumi che nel frattempo hanno occupato il centrotavola: “In vigna avete guyot o cordone speronato?”

“Abbiamo visto che il cordone è ideale per la vernaccia. I nostri terreni, lo vedrete domani, sono di medio impasto, molto ricchi, abbiamo bisogno di tenere a bada la produzione. Con il babbo che conosce benissimo questi terreni abbiamo deciso di impostare così il lavoro” risponde Alessio, il più piccolo, con le idee chiare e una sana ambizione che lo porta alla ricerca di una sempre maggiore qualità. I premi, tra cui il più recente i Tre bicchieri del Gambero Rosso per il Campo della Pieve ’11, sono l’indicazione per capire di essere sulla strada da giusta: “Voglio crescere in questo ambito. Se dicessi che sono contento così sarei bugiardo. È importante mantenere la spinta a migliorare”.
Si torna a parlare dell’allevamento della vite e di come ogni terreno abbia bisogno di un approccio diverso: “L’abilità del produttore è conoscere il proprio terreno e capirne le esigenze. La cura del vigneto in ogni fase è fondamentale, il lavoro in cantina è di miglioramento” aggiunge Alessio.

“La terra ti dà tanto, ma vuole esse capita. La devi conoscere. Le viti, per esempio, da quando iniziano a butta’ le voglio pulite e se ci devo perde un giorno in più non è un problema. In cantina può fare quello che vuole, non mi immischio, ma in vigna no. Quella terra la conosco troppo bene”. Risponde Mario nel suo accento solido, pastoso come le sue terre. Una faccia cotta dal sole, occhi accigliati e attenti, una profonda concretezza, Mario è un uomo coerente e fedele a se stesso che fa fatica ad orientarsi in questa nostra modernità liquida: “Fortuna adesso ci so’ questi figlioli, perché io questo mondo non riesco più a pensarlo”.
Arrivano anche le costolette ben rosolate sulla brace, siamo tutti sazi, ma la gola è gola.
“Oggi all’Anteprima ho notato una positiva inversione di tendenza, si inizia a ridurre l’uso del legno. Avete fatto un lavoro notevole con la vostra Vernaccia, è un vino che dimostra longevità, dovreste fare un atto di coraggio e provare a uscire un anno e mezzo dopo” Carlo degusta Selvabianca 2008 “Questa bella acidità che sostiene il vino e permette una lunga evoluzione in bottiglia, una mineralità importante e una persistenza prolungata… sarebbe interessante assaggiarlo tra qualche anno”.
“Per quanto riguarda, la nostra azienda, ti posso dire che bisogna considerare sempre anche la parte economica. Noi, per esempio, il 2012 l’abbiamo già terminato”.
“Anche tu fai macerazioni più brevi, usi meno legno. Questo porta a una maggiore integrità del frutto e a una grande longevità”. La longevità dei bianchi è un concetto importante per Carlo che ci lavora da anni organizzando spesso anche degustazioni mirate. Poi chiede “Quanti ettari avete?”

“Circa 12 ettari. Abbiamo iniziato nel 2002 con 5000 bottiglie adesso siamo arrivati a 85000.” risponde Stefano, il più riflessivo dei tre.
L’orologio sulla parete ci ricorda che è molto tardi, e che il lavoro in campagna inizia presto, salutiamo dandoci appuntamento per colazione.
Alle otto siamo di nuovo qui, la tavola si è riempita di tazze, caffettiere, bricchi del latte, crostate e chissà cos’altro, ma Pasquale e Carlo, tentati da Mario, cedono all’idea di una robusta colazione a base di salsicce e pancetta sul fuoco. Neanche dovessero potare tutta la mattina! Finalmente riusciamo a partire. Alessio ci porta nei vari appezzamenti, la macchina si arrampica e scivola sulle colline, intorno la macchia mediterranea segna i confini, si impossessa degli spazi non coltivati, si allunga sulle stradine pietrose. La terra ha un colore diverso, è chiara, pastosa, quasi grassa. Dalla cima del poggio la visuale è bellissima, penso a Leonardo da Vinci e ai suoi studi sull’atmosfera, qui la luce crea una profondità di veduta ampissima dando un senso d’immensità. Poi ci trasferiamo in cantina a San Donato. I cartelli segnalano che siamo sulla Francigena. La pieve romanica che dà il nome al posto domina il vigneto sottostante, ci ha raggiunto anche Giampiero e ci fa entrare. In un altro corpo di fabbrica c’è la barricaia con una sala dedicata ai salumi fatti in casa, che mantengono le tradizioni familiari e rendono felici gli ospiti del Colombaio di Santa Chiara.
Gli odori inebriano. Iniziamo gli assaggi e uscendo all’esterno vicino alla piccola chiesa, Alessio guardandosi intorno: “Io me la sento la fortuna di essere nato in un posto così bello e tutti i giorni diverso, che cambia con le stagioni o semplicemente con le gradazioni di luce.”
Come non essere d’accordo?
Il Colombaio di Santa Chiara ha fatto parte del percorso della 54a e 55a Fiera del Vino di Montefiascone dedicato alle prime 5 DOC italiane.
Loc. San Donato n. 1 – Loc. Racciano n. 9
53037 SAN GIMIGNANO (SI)
Tel. +390577-942004 – +39347-2377178
I Vini
Vernaccia di San Gimignano DOCG Campo della Pieve (Vernaccia di San Gimignano)
Vernaccia di San Gimignano DOCG Riserva L’Albereta (Vernaccia di San Gimignano)
Vernaccia di San Gimignano DOCG Selvabianca (Vernaccia di San Gimignano)
San Gimignano Rosso DOC Colombaio (Sangiovese, Colorino, Canaiolo)
Il Priore Toscana Rosso IGT (Sangiovese, Canaiolo)
Spumante Brut “Lumis” (Vernaccia, Pinot Nero)
Vin Santo DOC “di Mario” (Vernaccia, Trebbiano, Malvasia)






























