I biscotti metafisici compiono cent’anni… e sono ancora buonissimi!

Cent’anni fa Giorgio De Chirico dipinse un’ opera di formato quasi quadrato, un olio su tela intitolato Il pomeriggio soave (Le Doux Après-midi) oggi nella collezione di Peggy Guggenheim a Venezia.109g1_de-chirico_pomeriggio_553 Il quadro è stato oggetto di disamine e letture da parte dei critici a cui, ovviamente, non son sfuggiti i biscotti che fanno bella mostra di sé sotto una barretta tonda di zucchero, ben allineati su uno sfondo azzurro, quasi sospesi nella teglia blu, come un quadro nel quadro, incorniciati nella silente baraonda tipica degli scorci dechirichiani. La misteriosa bacheca messa in primo piano su quel palcoscenico inquieto e muto, mostra anomali reperti che stridono per fragranza e ruvidità con il liscio apparato strumentario fatto di spigoli e righe che getta ombre lunghe e scoscese sui piani. È un quadro metafisico, nato in quella Ferrara che proprio nel 1916 fu il laboratorio di ciò che Jean Cocteau definì un Mistero laico. I fratelli Giorgio e Alberto si erano stabiliti con la madre nella città estense nel maggio di quell’anno. Venivano da Firenze dove avevano conosciuto l’ambiente letterario della prima rivista d’avanguardia italiana “Lacerba” che accolse un articolo su di loro a firma di Ardengo Soffici. De Chirico a Ferrara in principio era un po’ spaesato, nutriva una evidente nostalgia per la Parigi di Guillerme Apollinaire e Paul Guillerme, poeti con i quali continuava a tenere una fitta corrispondenza, poi  conobbe uno schivo e scostante Corrado Govoni e il pittore che divenne sodale metafisico, Filippo de Pisis, poi lo straordinario Giorgio Morandi e l’ex futurista Carlo Carrà. La malinconica vacuità della città dissipò non senza reticenze ogni ricordo di Parigi ammaliando il nostro Pictor Optimus persino con le sue vetrine, le sue botteghe e, in particolare con le leccornie del ghetto. Tra queste, in particolar modo, l’attrassero quei biscotti e dolci allineati nelle pasticcerie. Lo ricorda il fratello di Giorgio, Andrea quel musicista e pittore che conosciamo con il nome di Alberto Savinio, soprattutto noto come scrittore. ALBERTO SAVINIO HERMAPHRODITO DE CHIRICO SURREALISMO FUTURISMO 001Nel suo Hermafrodito, uscito per i tipi de “La Voce” nel 1918, Savinio racconta dei negozi di dolci di Ferrara: «Nelle vetrine dei pasticceri s’ergono in  immense piramidi i dolci neri bizzarrissimi che mai nessun vivente mangiò ne mangerà. Tagliati essi presentano la complicata anatomia mineralogica delle loro interiora […]» Presentati in una bacheca come campioni di pietra, nel quadro di Giorgio de Chirico i biscotti mostrano la loro consistenza rugosa, rigata dai segni paralleli dei rebbi di forchetta che quasi per sfoggio di perizia, sospendono la regola complessiva del quadro in un deliquio di virtuosismo. Eppure è un’altra tra le opere “biscottate” di De Chirico a spiccare per enigmaticità. Il quadro s’intitola Il saluto dell’amico Giorgio-De-Chirico-Greetings-from-a-distant-friendlontano e risale anch’esso al 1916, è un quadro di piccole dimensioni, oggi in una collezione privata americana. Qui i dolciumi sono due: il biscotto ferrarese che conosciamo e uno strano pane a forma di “X” in primo piano. Lo spazio di questo dipinto è scandito da una successione di piani, è un luogo stretto tra margine del soggetto e margine dell’oggetto, tra le cornici, il foglio piegato e inchiodato e i biscotti con le loro ombre, solide concrezioni di pasta cotta. Questo quadro, sicuramente più intimista dell’altro, ci ri-guarda proprio a causa di quell’occhio centrale fatto di dime curvilinee e nette, come se una geometria latente rimanesse soggiogata a un sortilegio. Questo quadro è forse più caparbiamente estraniante delle Piazze D’Italia e degli Dei Ortopedici tanto odiati da Roberto Longhi, questo quadro è a suo modo Dada. È assodato che ci siano stati, in quegli anni, contatti tra i due e Tristan Tzara, lo conferma una fitta corrispondenza; Savinio, poi, scrisse persino sul numero della rivista “Dada” nel 1917 un articolo illustrato dal dadaista Hans Richter. I due alimenti che sovrastano e sottostanno all’occhio serrando il foglio di bianca carta piegato all’angolo superiore, sono diversi: quello dietro ha la forma del biscotto, mentre il secondo, una specie di pane, rimanda al tema dell’enigma che il pittore riprese dalla lettura dello Zarathustra di Nietzsche. De Chirico con la sua singolare interpretazione del genere della natura morta vitalizza il soggetto tradizionale trasformandolo in un rebus in cui si incontrano significati letterari e sensazioni. Questi biscotti appariranno d’ora in poi nella loro pastosa evidenza in molte opere di Giorgio de Chirico, così come gli stampi a forma di pesce che fan sembrare dei quadri le vetrine viterbesi il giorno di Sant’Andrea. Insomma questi pasticcini ferraresi son fatti con un impasto di uova, farina e zucchero e se aggiungete un pizzico di limone, credetemi, sono buonissimi!

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