Quasi una promessa di continuità al naturalismo empirico di Leonardo, la pittura lombarda del tardo Cinquecento non si ferma alla resa dei volti, allarga le espressioni del viso a fiori e frutta. Frutta come quella offerta dal grembo dalle ceste della Fruttivendola dipinta dal cremonese Vincenzo Campi intorno al 1580. È un gran quadro della Pinacoteca di Brera a Milano dove si possono gustare, è il caso dirlo, con gli occhi le delizie di una terra fertile raccolte da braccia operose che sullo sfondo, a sinistra, sembrano abbracciare la natura ubertosa della valle.
La fruttivendola è la presentatrice graziosa di questa scena fatta da carciofi e pere, ciliege e fichi, zucche e nocciole, uva pesche e albicocche, frutti di bosco e un grande cavolfiore che fa da contrappunto alla luce laterale che illumina il volto popolano della verduraia, lei si serva di scena che pendola un grappolo d’uva nell’invito a spiluccarne gli acini. 
Una figura possente e dimessa, vistosa e al contempo sobria quasi soffocata dall’opulenza del contorno che ci riempie lo sguardo e di lì la bocca di sapori intuiti attraverso la perfetta resa dei particolari. Proprio i particolari, infatti, ci ricordano che siamo al cospetto di nature morte, una moltiplicazione di nature morte che sfiorano il virtuosismo ostentato del Campi, pittore di genere che condisce di comiche allusioni e triviali filastrocche la rassegna di ortaggi e frutti succosi. Non abbiate paura, quindi, di scorgere la metafora più profana e laida perché c’è, eccome, tradotta in una maniacale riproduzione che è la classificazione di un naturalismo sovrabbondante capace però di nascondere in un piatto di more la minaccia della vanità.




