Ciao Beniamino, adorabile bugiardo.

Morto il giornalista Mechelli, orgogliosamente canepinese, democristiano, antifascista e deandreiano
Copertina Articolo Beniamino

 

Era un adorabile bugiardo, ma dalla sua bocca non uscivano menzogne, solo bugie innocue, dette non per sua o altrui convenienza (anzi, spesso con le bugie si complicava la vita). Le diceva così, per distrazione, per celia, per gusto. A pranzo due giorni prima avevamo mangiato insieme un panino al bar Centrale? “No, ti sbagli, eravamo da Schenardi e abbiamo preso una pizza”. E non c’era verso di convincerlo.
Era un inguaribile ritardatario “perché le persone puntuali sono tristi e noiose” e la sua risposta, quando lo chiamavi da Viterbo ed era ancora a Canepina, in città era diventata leggendaria. “Sto alle Casermette”, vale a dire, per chi non conosce i luoghi, proprio all’ingresso del capoluogo. Una volta (se non ricordo male Giulio Marini e Gianmaria Santucci, allora rispettivamente Presidente della Provincia e giovane assessore alla Cultura di Palazzo Gentili) lo chiamarono a casa, sul telefono fisso, si era appena svegliato ed era un po’ confuso. “Sto alle Casermette” e giù risate.
Beniamino Mechelli però, morto ieri nel sonno a 72 anni (li avrebbe compiuti il 23 ottobre), era soprattutto un uomo perbene, uno che si donava agli altri senza riserve, con un sorriso perenne stampato condito da una innata autoironia. “Me ce joco a zamba bona” diceva in dialetto (“mi ci gioco la gamba buona”), con riferimento al suo evidente difetto fisico, del quale non si curava e sul quale da bambino giocava anche con l’adorata madre Marianna. “Sono bello ma’?” “Pari Paul Newman” rispondeva lei. Dotato di un talento innato per la notizia, se avesse avuto più voglia di lavorare sarebbe diventato direttore di qualche giornale nazionale, ma era così, indolente e pigro, e non faceva nulla per nasconderlo. Lui lo sapeva e ci rideva, anche perché era il primo a dare una mano quando c’era davvero da darla nelle cose della vita, che sono “leggermente” un po’ più complicate e importanti di quelle del giornale. Ha introdotto al mondo del giornalismo e insegnato i rudimenti del mestiere a molti giovani, compreso il sottoscritto, ma soprattutto ha condiviso tanto con tanti: chiacchiere, notti, idee, spesso anche soldi (che mai gli sono stati restituiti) a giovani colleghi in difficoltà.
Ho scritto che era pigro, ma in realtà non era vero perché di cose ne ha realizzate. Il giornalismo lo ha fatto conoscere anche fuori provincia, ma nella sua vita multiforme ha fatto ed è stato tante cose che qualcuna me la dimentico. Giovane scout nella Canepina degli anni Sessanta, quando sui Cimini non si conosceva nemmeno il significato della parola. Impegnato in politica sull’onda della Chiesa post conciliare, era democristiano fino all’osso, ma più che altro era un democratico e soprattutto antifascista (con la Dc fu anche consigliere comunale a Canepina negli anni Ottanta). Con l’imprenditore Carlo Cardoni (morto prematuramente nel 2008) e con Alessio Paternesi (il Maestro ci ha lasciato lo scorso agosto) hanno donato idee e progetti alla città, tra cui il Museo del Colle del Duomo. Non solo alla città: penso, per esempio, alle tante retrospettive dello stesso Paternesi, da Bruxelles a Ferrara. Fra i tre c’era un legame che andava oltre l’amicizia, era qualcosa di ancestrale, si volevano bene, era un piacere vederli insieme si erano ri-conosciuti. C’è una foto, scattata da Massimo Luziatelli, che Beniamino aveva sulla scrivania e li ritrae tutti e tre con Sebastian Matta in piazza San Lorenzo: già dall’immagine si capisce l’intesa complice che c’era. Ha scritto Monica Paternesi, figlia di Alessio e giornalista: “Un dolore grande, forte. Per qualcuno che non puoi immaginare che non ci sia più, perché c’è sempre stato: nei momenti più belli come in quelli più brutti. Accanto, con la sua meravigliosa ironia o con il suo silenzioso, intelligente affetto con il quale era riuscito a renderci più leggeri anche i giorni più dolorosi”. Li ho conosciuti nella stessa sera Carlo e Alessio, ovviamente grazie a Beniamino, era ottobre del 2002, a cena da Biscetti, a Bagnaia. E parte di quello che sono e ho fatto dopo deriva da quella sera.
A Canepina ha dedicato libri e amore, con la pazienza di un archivista provetto ha scovato documenti inediti preziosissimi, contribuendo a riscrivere in parte la storia e le origini del paese. Ha portato avanti la memoria del bombardamento del 5 giugno e quella di Paolo Braccini, partigiano canepinese fucilato a Torino. Ha contribuito a fondare il Gruppo Spontaneo canepinese e, da ultimo, era diventato presidente del Centro anziani – lui lo chiamava “Il vecchificio” – al quale aveva impresso una vitalità tanto forte da farlo diventare uno delle realtà più vivaci di Canepina. Si è impegnato a lungo per la tutela della castanicoltura, collaborando anche con l’agronomo canepinese Daniele Manini al quale si deve uno studio molto importante sulla vinificazione in botti di castagno.
E poi c’era la Roma, non una passione smodata, ma comunque il cuore batteva forte lì. E poi c’era soprattutto De André. E qui è difficile scindere la vita pubblica di Beniamino con i ricordi personali, sia perdonato ciò all’estensore del pezzo. Avevamo fondato un’associazione che porta il suo nome. Nel 2003, presente Dori Ghezzi, inaugurammo con una mostra dedicata a Faber un centro culturale a Canepina (la mostra poi fu portata anche a La Quercia e Acquapendente) e nel 2009 facemmo ancora di più, replicando l’iniziativa ed organizzando a Soriano nel Cimino (era giusto 15 anni fa, l’11 luglio del 2009) uno dei primi concerti di Cristiano De André dedicati al padre (il tour prosegue ancora oggi). Parte dei meriti vanno anche all’imprenditore sorianese Alberto Santini, che di De André era amico fraterno. Grazie a lui Faber lo conoscemmo anche personalmente, io qualche settimana prima di lui. “Sei uno stronzo. Doppiamente stronzo, perché De André si ricordava bene di te e ha detto che sei molto sveglio e intelligente”.
Era un’altra delle sue bugie.
A novembre aveva perso la moglie Gabriella, morta anche lei all’improvviso. Era ripartito, il sorriso velato da malinconia, ma era ripartito. Gran parte del merito è stato della figlia Michela, del genero Lamberto e soprattutto della nipotina Serena. Mancherà a loro, mancherà a tanti, a Canepina, a Viterbo e alla Tuscia.
Mancherà una voce intelligente e ironica, mancherà un ladro di bellezza che aveva il compito di donarla poi agli altri.
Caro Ben, la terra sarà sempre lieve per quelli come te.

I funerali si svolgeranno oggi giovedì 11 luglio ore 16,30 Chiesa della Collegiata Canepina.

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