Terza stagione consecutiva senza raccolto (o quasi)
Per il terzo anno consecutivo sui monti Cimini il raccolto delle castagne sarà notevolmente ridotto, con forti danni economici per tutti gli operatori. Si parla – in linea del resto con lo scorso anno – di una perdita di circa l’80-90% della produzione rispetto ad un anno medio. E c’è già chi fa qualche conto: tra introiti diretti e indotto sui Cimini mancheranno circa 30 milioni di euro, non proprio bruscolini per un territorio che ha nell’agricoltura uno dei suoi settori trainanti.
La colpa di tutto ciò? Gli imputati sono diversi: il cinipide galligeno, la cidia, la siccità e la debolezza stessa del castagno che periodicamente soffre di alcune patologie (cancro, mal dell’inchiostro). E nessuno dei presunti colpevoli è immune, se fossimo a processo ci sarebbe una condanna per concorso, essendo difficile (almeno per un profano quale lo scrivente è) stabilire chi debba pagare di più. Nel frattempo le istituzioni, le associazioni e i produttori si organizzano come possono: chi organizza convegni, chi pubblica interventi sui giornali, chi nonostante tutto (e giustamente) continua ad organizzare Sagre, Feste e Giornate (tutte rigorosamente maiuscole) dedicate alla castagna, chi chiede l’intervento di Regione e Ministero per deliberare lo stato di calamità e riconoscere qualche indennizzo ai produttori.
Sullo sfondo però aleggia un timore serio: se non ci si mette tutti e seriamente intorno a un tavolo che abbia come compito quello di trovare soluzioni adeguate al caso – fondi alla ricerca per debellare le patologie, sensibilizzazione sull’uso dei fertilizzanti chimici, creazione di un sistema di relazioni che favorisca la crescita dimensionale delle imprese di stoccaggio e lavorazione – la castanicoltura cimina (almeno per qualche anno) sarà solo un bel ricordo.




