G.R.A.S.P.O. torna nel sito simbolo della conservazione ampelografica italiana per una riflessione forte dello stretto rapporto tra l’acqua ed il vino in una stagione che tutti i produttori ricorderanno.
A guidarci Stefano Raimondi, responsabile della collezione ampelografica di Grinzane Cavour e coautore dell’ultimo libro di G.R.A.S.P.O. Storie di Patriarchi, Profeti ed Eroi
Tra le collezioni europee orientate alla salvaguardia e allo studio dei vitigni a rischio di scomparsa, quella di Grinzane Cavour è una delle più vaste e ricche di diversità. L’impianto comprende 900 accessioni per oltre 500 cultivar anche diverse dalla vinifera ed anche selvatiche, un campo collezione che serve per preservare dalla scomparsa certa vitigni che ormai sono solo qui, ma ha tante altre funzioni, di caratterizzazione varietale, di studi sulle virosi od eventuali resistenze, ma ha anche scopi didattici e di formazione per studenti e tecnici che vengono imparare a riconoscere le varietà.
Non poteva mancare una lezione magistrale anche per G.R.A.S.P.O.

“Va ricordato a chi vuole oggi operare nella raccolta e nella conservazione delle risorse genetiche a rischio di scomparsa – spiega Raimondi – che l’attuale recupero di tale prezioso patrimonio è stato reso possibile grazie alla cura e alla custodia che gli agricoltori locali hanno esercitato nel tempo con ostinazione, mantenendo in vita qualche pianta. La viticoltura delle nostre Alpi, per esempio, si fondava originariamente solo su vitigni minori oggi quasi sconosciuti, presenti su superfici esigue, o addirittura in via d’abbandono e prossimi alla scomparsa.”
“Si tratta di cultivar significative spesso soltanto per l’area alpina, che i testi del ‘700 e dell’800 indicavano come coltivati da tempo in quegli ambienti.
Nel Ticinese era diffusa la Bondola, in Valle d’Aosta l’Oriou (probabilmente l’attuale Petit Rouge) e il Cornalin, in Valle di Susa l’Avanà e il Becuet, ma anche la Grisa (ad uva rossa) e il Carcairun; a Pomaretto, in Val Chisone, il Neiret, il Bian Ver e il Preveiral, in Val Maira la Blancio.
Qui a Grinzane abbiamo un patrimonio di biodiversità viticola enorme, un vero museo viticolo a cielo aperto dove sono conservate tutte le varietà di vite, anche minori e rare, del Piemonte, della Liguria e della Val d’Aosta oltre a vitigni di riferimento di altre regioni, nazionali ed internazionali.”
Il recupero e lo studio di questi vitigni ha dimostrato che molti di essi si ritrovano anche in altre regioni alpine, su opposti versanti e spesso con nomi diversi.
La Bundula recuperata in Val d’Ossola corrisponde alla Bondola Ticinese, oggi oggetto di rivalutazione oltralpe.
L’Avanà della Val Susa è l’Hibou Noir dei francesi, una cultivar che per il grande vigore si allevava in Savoia con forme alte ed espanse.
Il nostro Becuet, un vitigno minore capace di conferire corpo e struttura al profumato ma più debole dell’Avanà, era coltivato con il nome di Persan in Savoia, dove i suoi vini a fine ‘800 erano rinomati per l’incredibile longevità.
La Grisa ad uva rossa non è che il Grec Rouge, uno dei vitigni più diffusi in Francia nel Medioevo per uva da mensa, essendo una delle più belle e decorative.
E ancora, il Neiret della Valchisone e del Pinerolese, presente in modo consistente in tutta la fascia pedemontana piemontese, corrisponde allo Chatus d’oltralpe, ottimo nei suoli acidi, magri e siccitosi.
La Verdesse, quasi scomparsa in Francia ma oggetto di un recente interesse enologico in Vallese per via della qualità dei suoi vini, alcolici ed equilibrati, è identica al nostro Bian Ver, da cui ci aspettiamo, promettenti risultati.
Un ricchissimo patrimonio ampelografico che però deriva, come raccontato nell’ultimo libro di G.R.A.S.P.O. dallo stesso Raimondi ed altri ricercatori, da pochissime varietà particolarmente prolifiche, dando origine a una discendenza numerosa.
Per il Moscato Bianco e la Coccalona Nera si sono identificati una ventina di discendenti tra le varietà tradizionali italiane, una decina per Bottagera, Moissan e Malvasia Aromatica di Parma, da 5 a 7 per Lambrusca di Alessandria e Nebbiolo. Questi sette vitigni rappresentano, in sostanza, i principali genitori dell’attuale assortimento varietale del Nord-Ovest d’Italia.
Il Moscato bianco, verosimilmente presente in Piemonte dal XIII secolo, è ancora oggi il secondo vitigno per importanza colturale nella regione.
La sua origine non è nota, si sa soltanto che è il principale fondatore della numerosa famiglia dei Moscati.

La Coccalona nera (Orsolina in Emilia) è oggi una varietà a rischio mentre un tempo la sua presenza in Italia doveva essere assai diffusa a nord dell’Appennino settentrionale, dove ha dato origine anche a vitigni emiliani.
Inoltre, prova ancor più solida della sua origine è il fatto che discende da Bottagera, uno degli altri “genitori principali”, e da una varietà ricostruita, estinta o non analizzata
La Bottagera è un’altra cultivar minacciata di estinzione e di origine misteriosa.
Nemmeno il Moissan è oggi più coltivato: recuperato anni or sono in Valle di Susa, oggi è scomparso insieme ai rarissimi vigneti che ancora lo ospitavano. Stesso destino pare aver avuto in Piemonte la Malvasia Aromatica di Parma, di cui non si è potuta recuperare nella regione nemmeno una singola pianta. Quella analizzata proviene dal Parmense, dove è oggi coltivata in piccolissime proporzioni con il nome di Malvasia Casalini.
La Lambrusca di Alessandria è un vitigno minore piemontese, presente soprattutto nella parte sud-orientale della regione e quasi mai vinificato in purezza.
Infine il Preveiral e la Blancio, tra loro identici, corrispondono al Gouais blanc francese, anch’esso una delle cultivar più coltivate nei Secoli Bui per la sua rusticità e oggi considerato un vero vitigno patriarca.
Un vitigno fondativo che abbiamo incontrato a Cascina Melognis nelle colline saluzzesi e che merita una particolare attenzione che racconteremo in un altro viaggio.
Foto: Gianmarco Guarise
Il viaggio continua…
graspo@carlozucchetti.it
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