Uomini ragno, scale altissime, acrobazie circensi, alberate monumentali, impossibile collegare tra loro ambiti così lontani sia temporalmente che culturalmente, a meno che non ti trovi ad Aversa terra dell’Asprinio con Carlo e Vittorio Menale custodi di una alberata storica e dell’Asprinio.
L’Asprinio è un vitigno autoctono della piana aversana frutto dell’addomesticamento di viti selvatiche da parte degli Etruschi, i ceppi sono ultracentenari e la tipologia del suolo ne permette la coltivazione anche a piede franco.
L’alberata aversana anch’essa chiaramente di origine etrusca definisce di fatto unicità, identità territoriale e storicità di questo vitigno e di questa terra.
Non è semplice raccontare la millenaria storia del vitigno Asprinio e dei sui protagonisti.
Iscritto al Registro nazionale delle varietà di viti da vino fin dal 1970, vanta diversi sinonimi e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, parliamo di un vitigno la cui coltivazione è considerata idonea non solo nell’intero territorio campano, ma anche in tutta la Basilicata e in una vasta area della Puglia (Taranto, Brindisi e Lecce). Tuttavia, è nell’agro aversano – cuore della Campania Felix – che questo vitigno ha trovato il suo baricentro storico e culturale e dove, ancora oggi, è mantenuto in vita insieme al suo millenario sistema di allevamento, grazie anche ai suoli vulcanici che ne permettono la coltivazione a piede franco.
All’inizio furono gli Etruschi. A loro si deve l’eredità delle monumentali “alberate” le viti maritate ad olmi e pioppi, che impressionarono Plinio il Vecchio, che nella ‘Naturalis Historia’ ne descrisse le “inimmaginabili” altezze, tali da far richiedere ai viticoltori impegnati in questo “atto eroico” una vera e propria polizza assicurativa.

Agli Etruschi è legata anche la tesi più accreditata circa le origini del vitigno, forse frutto dell’addomesticamento della Vitis Vinifera Sylvestris da loro coltivata. Un aspetto che lo accosta ai Lambruschi, come suggerisce anche il nome stesso del vitigno, che ha un valore semantico, analogo a quello di “cruet” o “crovet” (crudetto, asprigno), attribuito nei dialetti alle lambrusche piemontesi. Singolare, a tal proposito, è il fatto che uno studio del 2009-2011, realizzato grazie alla collaborazione dell’azienda Tenuta Adolfo Spada, la Dipartimento di Agraria di Portici, l’Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale di Roma, la Fondazione E. Mach di San Michele all’Adige e l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante di Grugliasco, finì per confermare l’ipotesi, più volte avanzata ma sempre respinta, di una identità genetica con il Greco bianco.
Nel corso dei secoli l’Asprinio ha conquistato viaggiatori, papi e scrittori. Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III, lo descrive come vino crudo, rinfrescante, salutare, bevanda estiva capace di placare la sete e «rosicare la flemma».

Nell’Ottocento diventa il celebre “champagne napoletano”: leggero in alcol, ricco di acidità e di vivacità naturale, tanto da essere apprezzato anche oltreconfine (dove il vino mancava per effetto della fillossera) e utilizzato nei tagli destinati ai mercati del Nord Europa.
Alexandre Dumas padre lo paragona al vino di Suresnes, mentre Mario Soldati ne celebra la secchezza assoluta, definendolo un unicum nel panorama dei grandi bianchi europei.
Per lungo tempo l’Asprinio è stato raccontato come una rarità tenuta in vita da pochi anziani contadini. Oggi, invece, la sua vitalità passa attraverso il lavoro di una nuova generazione.
La storia dell’Asprinio passa anche attraverso figure capaci di tenere insieme memoria e futuro.
Una di queste è Carlo Menale, figlio di Mimì ’o cantiniere, storico protagonista del mondo dell’Asprinio aversano.

Carlo ha raccolto l’eredità paterna continuando a gestire l’enoteca di famiglia, un luogo che già nella sua struttura racconta il legame profondo con il territorio: si sviluppa su tre livelli e scende progressivamente nel sottosuolo, fino a raggiungere una grotta di tufo posta a circa 15 metri di profondità. Non un semplice spazio di conservazione, ma quasi una sintesi fisica della cultura dell’Asprinio, fatta di vino, tufo, memoria e tradizione.
È proprio qui che Carlo assume il ruolo di ponte tra due generazioni.
Da un lato c’è Mimì, con la sua cultura del vino costruita nel rapporto quotidiano con produttori, clienti e territorio; dall’altro c’è Vittorio, figlio di Carlo, che ha riportato questa eredità direttamente in vigna, avviando una propria produzione e coltivando anche una tradizionale alberata aversana.

In mezzo c’è Carlo, custode di una memoria che non resta immobile ma accompagna il passaggio verso una nuova esperienza produttiva.
La vicenda dei Menale racconta così tre generazioni unite dall’Asprinio: Mimì ne ha rappresentato la memoria e la divulgazione, Damiano ne interpreta oggi il ritorno alla vigna e alla bottiglia, mentre Carlo è il punto di continuità tra questi due mondi.
E quella grotta, quindici metri sotto il livello della strada, diventa forse l’immagine più efficace di questa storia: scendere nelle radici per poter continuare a guardare avanti.

Vincenzo Letizia è, invece, il timoniere del progetto Vitematta, nato all’interno della cooperativa sociale Eureka: vigne coltivate su terreni confiscati alla criminalità organizzata, con il lavoro agricolo che diventa strumento di inclusione, sostenibilità ambientale e sociale. Qui la vite maritata non è solo memoria storica, ma scelta etica e contemporanea: vigne resilienti, gestione in lotta integrata, riduzione dei fitofarmaci, energia da fonti rinnovabili e persone svantaggiate coinvolte in un percorso di dignità e formazione. L’Asprinio torna così a essere non un vino folkloristico, ma un vitigno vivo, capace di raccontare un territorio complesso e i suoi protagonisti.
Perché custodire l’Asprinio significa stipulare un patto con la terra e con la comunità. Un atto di responsabilità verso il paesaggio, la memoria e il futuro della viticoltura italiana. È in questo equilibrio tra radici profonde e visione nuova che i vitigni cosiddetti “minori” rivelano tutta la loro grandezza.
Testi: Pasquale Carlo e Aldo Lorenzoni
Foto: Tatiana Cenzon
Il viaggio continua…
graspo@carlozucchetti.it
![]()




