Circa cinque miliardi di euro di export, di cui il 20% rappresentato dal vino delle Langhe. E poi ancora: quasi 400mila imprese produttrici (pari a circa il 24% della filiera agricola nazionale), oltre 700mila addetti, 1,2 milioni se si considera l’indotto. Dati importanti che nonostante tutto dimostrano un comparto vitivinicolo italiano in buona salute. Dalla 47eseima edizione del Vinitaly emergono questi numeri, a fotografare un settore che a fronte della crisi dei consumi del mercato interno (comune a tutti), ha numeri in crescita per quanto riguarda i mercati esteri. E bisogna considerare che i margini ci sono, se solo si pensa che la Francia esporta per 11 miliardi di euro: quello di raggiungere i numeri dei cugini d’Oltralpe – poniamo in un quinquennio – dovrebbe essere una battaglia comune frutto di una santa alleanza tra produttori e classe politica. Staremo a vedere.
E il Viterbese? Sullo stand del Lazio è stato detto tutto: scarno, senza appeal, povero. Va bene che la Regione ha debiti per 22 miliardi di euro, ma un piccolo sforzo in più si poteva fare. Parlando d’export nella Tuscia, dove la superficie vitata è di circa 5.100 ettari (nel Lazio è di 26mila ettari), la percentuale di fatturato aziendale che viene dall’estero è ancora poca cosa. Una cosa è certa: le aziende il vino (possibilmente di qualità) lo devono vendere e per farlo devono comunicare. In ogni modo: partecipando alle fiere, girando, curando il marketing, presidiando il web, lavorando a progetti comuni di territorio e non correndo ognuno per sé. Questo ci insegnano da anni i mercati, questo ci ha ripetuto il Vinitaly.




