I vitigni del passato per i vini del futuro… eccoli nel bicchiere

Presentati alla Fondazione Edmund Mach alcuni vini, a rischio d'estinzione, autentiche reliquie del passato.
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Che vino beviamo stasera? Perché non provare, al posto del solito Merlot o del Cabernet o del Pinot Grigio o di qualche altra etichetta «modaiola», un vino figlio della storia, della tradizione, del genius loci? Il vino dei contadini di un tempo ricavato da vigne centenarie di cui si era persa la memoria e che un gruppo di ricercatori ha riportato a nuova vita salvando dall’estinzione queste autentiche reliquie del passato?
Perché non assaggiare, ad esempio, la Casetta della Vallagarina, l’Enantio, la Nera dei Baisi, la Pavana della Valsugana, il Groppello della Val di Non, la Paolina, la Peverella, l’Oseleta, la Negrara, la Rossara, la Turchetta?
E perché no: la Brepona, la Ottavia, la Pontedara, la Rossa Burgan, la Saccola, la Benedina, la Bigolona, la Cabrusina, la Dindarella, la Forselina, la Invernenga, la Marcobona, la Mattarella, la Corbina, la Dorona, la Perera. Ed ancora: la Rossetta di Montagna, la Cavrara, la Marzemina Bianca, la Marzemina Nera Bastarda, la Pattaresca, la Pedevenda, la Pinella, l’Uva d’oro, la Gruaja, la Pomella, la Moschina, la Madama Bianca, la Madama Nera, la Moscatella Nera, la Minnella, la Vispara, la Vulpea, l’Uva Gatta.
A Vinitaly 2023, l’associazione Graspo ha presentato alcuni vini in degustazione. Per adesso si tratta di una sperimentazione con l’obiettivo di misurare le loro potenzialità per un loro futuro inserimento nella produzione vera e propria. Fra i tre bianchi e i tre rossi presentati, questi ultimi sono risultati più intriganti, specialmente nel caso del Roter Hörtling, accanto alla Corbina e alla Marzemina Nera Bastarda.
Molto semplici e ancora alla ricerca di una loro espressività i tre vini bianchi: Pedevenda, Dor e Gouais Blanc, quest’ultimo ottenuto da rifermentazione in bottiglia. Fra gli altri vini in assaggio, interessanti, tra i bianchi, la Leonicena, molto sapida e agrumata, dall’aderenza quasi tannica; la Moschina, molto fresca e citrina, dal sapore di mandorla bianca; la Dorona, piacevolmente sapida; la Pedevenda con quel tocco di pera antica. Piacevoli anche i quattro rossi: la Cambugiana dalle note di piccoli frutti di bosco e dal sorso vivace; l’Uva Gatta, appassita per 25 giorni, decisamente concentrata; la Cavrara, dal naso intrigante e beverina in bocca; infine la Corbina, versione dolce, dal colore impenetrabile e organoletticamente complessa.

Degustazione di sei etichette del cuore alla Fondazione Edmund Mach
Analaga presentazione con degustazione di sei etichette del cuore ha avuto luogo nei giorni scorsi nella sede di Proposta Vini, splendido anfitrione Gianpaolo Girardi, e successivamente nella sede istituzionale della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige durante un incontro con Marco Stefanini, responsabile del Dipartimeno Unità genetica e miglioramento genetico della vite e con Tiziano Tomasi del Centro Ricerca e Innovazione, presente l’equipe di ricercatori del Dipartimento trentino.

Emozionanti gli assaggi di tre vini bianchi: Brepona, Leonicena e Liseiret
Emozionante l’assaggio del primo vino presentato: la Brepona, un vino bianco di buona struttura e sapidità messo all’angolo nella zona di Soave dalla grande plasticità della Garganega, ma che merita almeno la medesima dignità. Il secondo vino è figlio della Leonicena, una varietà quasi scomparsa caratterizzata dalla straordinaria resistenza al gelo e con un’ottima tolleranza alla peste viticola: la flavescenza dorata, un fitoplasma trasportato dallo Scafoideus Titanus che sta facendo strage in Veneto e non solo. Il vino prodotto da questo vitigno è estremamente sapido con una grande freschezza.
Il terzo vino viene dai Monti Lessini, in un vigneto a 700 metri dove Graspo ha individuato alcune viti di Liseiret/Gouais Blac/Weisser Heunisch, una delle varietà fondanti della moderna viticoltura, genitore – come abbiamo detto – di vitigni illustri: lo Chardonnay, il Gamay, il Riesling, il Furmint ed altre 80 varietà. Questo vitigno rivela una straorinaria capacità di conservare l’acidità, il che ci induce a pensarlo in chiave spumantistica e di coltivazione a quote più basse. Interessante per la freschezza, la sapidità e la piacevolezza.

I vini rossi della memoria: la Burgan, la Pontedera e la Pattaresca
Per i rossi sono stati presentati tre vini iconici: in primis la Rossa Burgan, una vite di ottima produttività estremamente tollerante alle fitopatie in genere. L’analisi del DNA parla di un fortuito connubio fra Cavrara e Garganega che ha saputo trarre dai due genitori il meglio e, pur non mostrando doti di colore straordinarie, ha un’ottima evoluzione e piacevolezza nel tempo. Il suo custode assicura che come lavorazioni sono sufficienti la potatura, lo sfalcio dell’erba e la coltivazione sotto chioma.
Sorprendente la Pontedara, franca di piede, figlia della Lessinia. Da sempre considerata uva per vini di alto lignaggio nei territori montani, possiede colore, acidità e una buona tessitura tannica che con il tempo tende ad assumere l’eleganza del Pinot Nero pur avendo espressioni più marcate. Da ultimo una varietà veneta trevigiano/euganea: la Pattaresca che ha da poco ottenuto l’iscrizione al registro dei vitigni del Ministero. Il vino ha una sua piacevolezza innata e bene ha fatto la commissione a ridare dignità enologica a questo vitigno.

Foto di Gianmarco Guarise  

graspo@carlozucchetti.it

Grazie a Francesco Turri e a www.egnews.it per averci dato la possibilità di ri/pubblicare i loro articoli

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