Viaggio a Pico tra currais e falesie

Pico è la figlia dei vulcani. Anzi è un vulcano.
Pico Copertina

In pieno Oceano Atlantico, a circa metà strada fra l’Europa e l’America, ad una latitudine Nord che varia da 36°55’ a 39°44’, e ad una longitudine compresa fra i 25° e il 31°, è situato l’arcipelago delle Azzorre, formato da nove isole: Santa Maria, Sao Miguel, Terceira, Graziosa, Sao Jorge, Pico, Faial, Flores, Corvo. L’arcipelago si estende per circa 600 m in direzione N.O. – S.E. Il nome è dovuto ad un errore dei primi navigatori portoghesi che scambiarono per sparvieri (in portoghese açores) i numerosi nibbi che popolano le scogliere delle isole. La colonizzazione portoghese iniziò nel 1432 e continuò per tutto il XV secolo, ma in tale epoca le Azzorre ricevettero anche una sensibile colonizzazione fiamminga, in seguito a matrimoni che imparentavano il trono portoghese con le fiandre. I fiamminghi hanno lasciato una traccia evidentissima, oltre che nei tratti somatici degli abitanti, nella musica popolare e nelle tradizioni folcloriste in genere. La natura del suolo è di origine vulcanica. Le falesie costiere sono spesso lenzuola di lava durissima mentre nelle zone pianeggianti esistono estensioni di pietra pomice ridotta in polvere. Le caratteristiche fisiche del paesaggio rivelano inequivocabilmente le tracce di attività vulcaniche minori (soffioni, geisers, fonti e fangaie calde ecc) abbondano i laghi vulcanici che hanno occupato antichi crateri e il paesaggio è spesso interrotto da profondi solchi scavati dalla lava ardente. L’interno e le montagne sono di una bellezza selvatica e non di rado lugubre. La cima più alta, con 2.351 metri, è Pico, nell’isola omonima. Le eruzioni vulcaniche di cui abbiamo notizia sono innumerevoli: i più spaventosi terremoti si verificarono nel 1522, nel 1538, nel 1591, nel 1630, nel 1755, nel 1810, nel 1862, nel 1884, nel 1957. Gli effetti del terremoto del 1978, di cui soffrì specialmente l’isola di Terceira, sono ben visibili per il viaggiatore che faccia sosta a Angra. Nel corso di questa incessante attività vulcanica il paesaggio delle Azzorre ha subito notevoli mutamenti e innumerevoli isolotti sono aggiornati e sono scomparsi. Il fatto più curioso a riguardo è descritto dal capitano inglese Tillard che a bordo del vascello da guerra “Sabrina” assistette nel 1810 alla nascita di un’isoletta sulla quale egli fece sbarcare due uomini con la bandiera inglese prendendone possesso in nome dell’Inghilterra e battezzandola “Sabrina”. Ma il giorno dopo, prima di salpare le ancore, il capitano Tillard dovette constatare con disappunto che l’isola di Sabrina era scomparsa e il mare era ritornato tranquillo come sempre. Il clima delle Azzorre è mite, con piogge abbondanti ma di breve durata ed estati molto calde. La natura è rigogliosa e le specie vegetali innumerevoli. Ad una flora di tipo mediterraneo in cui predominano il credo, l’arancio, la vite e il pino si sovrappone una vegetazione tropicale nella quale spiccano l’ananas, il banano, il maracujà, e una grande varietà di fiori. Abbondano gli uccelli e le farfalle. I rettili sono sconosciuti. La caccia alla balena, secondo i metodi antici descritti in questo libro, è praticata attualmente solo a Pico e a Faial. Nel nostro secolo una forte emigrazione, per ragioni di natura sostanzialmente economica, ha considerevolmente spopolato l’arcipelago. Corvo, Flores e Santa Maria sono pressoché disabitate.
Così Antonio Tabucchi nel 1983 pubblicava una nota in coda alla raccolta di racconti “Donna di Porto Pim”.

Oggi la caccia alle balene è stata abbandonata, le arance sono scomparse, ma l’attività vulcanica e la vite animano l’arcipelago. Sorvolare l’Atlantico è mimare le migrazioni e fermarsi nell’arcipelago significa fare una sosta in una rotta ideale che collega l’Europa con le Americhe. In passato questo moto apparteneva a numerosi commercianti, armatori, navigatori, esploratori, esperti di telegrafo e comunicazioni atlantiche. Oggi fermarsi alle Azzorre significa dedicarsi ad un tempo vulcanico passeggiato, all’ondeggiare dei venti su scogli gettati come un gioco a dadi, eppure emersi dall’oceano, addentrarsi tra ortensie e frutti vivaci fino a ritrovare frammenti europei un pò ovunque. Una macchia quasi mediterranea protegge alcune aree mentre piante endemiche avviluppano crateri vulcanici sprofondati su loro stessi tanto da formare lagune d’acqua mista. In alcune zone il calore della terra in ebollizione tra geisers e altre attività meno impressionanti riscalda le portate servite a cena. Edifici in stile manuelino ricordano l’influenza delle compagnie marittime e la storia coloniale; si narra come nel 1432, alla scoperta della prima isola, un caprone sia stato lasciato due giorni al pascolo vicino alla riva per verificare la pericolosità di lidi che all’epoca mostravano solo una infinita e fittissima vegetazione di alberi e quasi nessun animale se non rari uccelli. Al terzo giorno, verificando la salute intatta del caprone, i marinai discesero dalle loro navi e poterono osservare quanto è evidente ancora oggi: un verde rigoglioso che contrasta col blu più profondo, i flutti bianchi, i massi neri scagliati dalla forza eruttiva a cingere come una corona le isole. Stanno lì, sornione, spettatrici dell’affanno delle barche contro i venti.

Pico è la figlia dei vulcani. Anzi è un vulcano. Il suolo vulcanico delle isole conferisce un gusto caratteristico; la vendemmia deve superare la nube atlantica che si registra intorno agli 800-100 metri sull’altipiano dell’isola. Le vigne sono però localizzate vicino al mare sulle pendici discendenti del vulcano, quasi sull’orizzonte. La viticoltura delle Azzorre è tradizionalmente infatti praticata nelle zone inadatte ad altri tipi di colture. Molto spesso questo significa una vicinanza sorprendente ai flussi lavici ancora evidenti nella conformazione delle sue colate. La vite si approfonda quasi nelle fenditure della roccia nera dell’isola. I vitigni Verdelho e Arinto sono il padre e la madre della viticoltura dell’arcipelago; il primo è stato introdotto da Madeira e con il luogo d’origine condivide ancora molto; il secondo è un vitigno più aromatico e la cui origine si è persa nel tempo. Il Terrantez invece, fratello minore, ha un’ascendenza verosimilmente legata all’iberico Torrentès, e viene perlopiù aggiunto per alcuni tagli.
Le adegas (piccole cantine in passato utilizzate come case dai vignaioli) sono costruite con le stesse pietre laviche che delimitano i currais, forma unica al mondo di coltivazione della vite. I currais compongono veri e propri labirinti che intarsiano come dedali le discese della terra verso l’oceano, in un piano declive aspro e ricco, quasi violento per contrasti di colore e grasso per le rigogliose piante di vite che straripano in una disposizione simile all’alberello. I currais non sono una scelta estetica isolana priva di significato: compatti e disposti ortogonalmente costituiscono impressionanti mura non più alte di un metro per riparare la pianta dal vento e spesso, data la vicinanza alla scogliera, dai flutti. Persino i capodogli residenti alle Azzorre, i cetacei più terreni tra tutti, non osano avvicinarsi a queste costruzioni misteriose. Recentemente dichiarate patrimonio dell’UNESCO, queste particolari disposizioni laviche sono state largamente adottate dai padri francescani presenti sull’isola. Di particolare interesse è la storia di Ponta do Misterio: si tratta di una piattaforma lavica emersa come risultato dell’eruzione del 1562. Poco dopo l’eruzione la nuova area terrestre fu occupata da vigne appartenenti al convento di Sao Pedro de Alcantara, oggi per larga parte dismesse o abbandonate ma in fase di recupero. Nella falesia di Ponta do Misterio esistono ancora oggi rovine di un piccolo agglomerato di edifici costruito dai frati dove si possono osservare un eremo e locali adibiti alle diversi fasi del lavoro stagionale in vigna. Dall’interno alla periferia di queste vigne, che si estendono su una superficie impressionante, esistono ancora oggi passaggi che conducono a villaggi vicini attraversando una vegetazione multiforme. Si possono inoltre ancora incontrare edifici (lagares e descansadouros) che avevano funzione di riparo dal sole e dalla fatica, e che testimoniano inoltre la produzione stessa di vino in questi locali. I vignaioli riposavano appoggiando i cesti dal loro capo sulla terra ardente che continuamente rilasciava calore. Le vigne infatti, nonostante siano perlopiù orientate a Nord in maniera sorprendente per un’isola esposta alle repentine variazioni meteorologiche atlantiche, sono assolutamente esposte e ben lontane dalle nubi dense di brina che si organizzano appena qualche centinaio di metri più in alto. Grazie a questa disposizione il tenore zuccherino dei vini locali è spesso molto elevato, sia per la concentrazione raggiunta dall’effetto della pietra vulcanica nel riverberare i raggi solari spesso coperti da nubi nell’arcipelago, che per la capacità delle pietra di immagazzinare calore e rilasciarlo durante le ore meno calde, senza arrivare però ad escursioni molto marcate e proteggendo quindi dalle variazioni dei venti. Molto utilizzata è la botte di quercia con affinamenti discreti.

Dopo esserci fermati su una spiaggia di ciottoli neri ci avviamo a scoprire una delle adegas più tradizionali della zona, A Buraca, con la sua produzione di circa 10. 000 bottiglie annue. L’adega è disposta a margine di una strada stretta e si apre con un piccolo museo voluto da una delle fondatrici che ci conduce in un viaggio sul folclore dell’isola, sulla tradizione di lavoro locale e sulle tecniche di produzione del vino. Veniamo condotti in uno spazio discreto che si apre su un cortile interno e poi in una parte della cantina dove riposano alcuni vini a raccolta tardiva. Ci raccontano come anche qui la fillossera a fine ‘800 distrusse gran parte delle coltivazioni, e da allora le esportazioni si siano ridotte al solo Portogallo continentale. La sala degustazione è ordinata e schierate vediamo numerose bottiglie, molte di liquori locali piuttosto curiosi. Cerchiamo di decifrare le etichette e ritroviamo numerosi nomi di bacche sconosciute o erbe inafferrabili fino ad arrivare alla “Neveda”, nevicata, un liquore ricco ed erbaceo dal ricordo di cose che su quest’isola non si sospetterebbero. La maggior parte dei vini allineati su tavoli di legno locale è in purezza e l’assaggio comprende un Arinto, un Verdelho, un assemblaggio.

Quest’ultimo, Jeirao (2019), apre l’assaggio con molta freschezza e bevibilità; l’Arinto Cacarita (2018) che segue con la sua gradazione del 12% è invece un vino piuttosto fresco e ricco in profumi di frutta e fiori giovani sui quali spicca una nota minerale un po’ tonda; il Verdelho Cacarita 2018 si fa apprezzare per una ricchezza maggiore che però è stemperata da una vulcanicità secca nettamente più spiccata che porta ad un connubio di struttura e mineralità molto persistente e di elevata piacevolezza. Il nome di questi due vini in purezza è stato scelto per il popolare soprannome di famiglia di Leonardo Ávila da Silva, il creatore dell’adega. Gli isolani chiamavano il nonno del produttore Cacarita, per la forma appuntita che dava alla sommità del suo cappello di paglia, portato al contrario rispetto al cappello tradizionale, il cacaruto.
Mentre questa ordinaria storia beffarda rimane nella stanza ci viene proposta una degustazione ulteriore di quella che è una tensione quasi misteriosa e ci avviciniamo alle raccolte tardive 2007 e 2008 che a lungo hanno riposato nelle botti di quercia: A Buraca Arinto & Verdelho dos Açores, definiti come vini liquorosi secchi. Forse in questo assaggio si racchiude il curioso e ammaliante avvicendarsi e sovrapporsi del clima atlantico e del terroir di Cabrito, dove sorgono la maggior parte delle vigne della adega: si manifestano così variazioni consistenti tra le annate, il bicchiere sprigiona frutta secca o caramellata, sentori terziari levigati che sprigionano una forza terrestre ed articolata che ha il ricordo del legno o di altre isole. Si dice che alcune bottiglie di Pico siano state ritrovate alla corte dello Zar di Russia dopo la rivoluzione di febbraio, tra i vini più pregiati della cantina.

Tornando ai ciottoli dove la notte si schiude sopra di noi e una luna crescente ci impone di immaginare le maree, cominciamo a credere che forse qualche Zar si nasconde ancora qui, addormentato tra le viti che crescono furiose, protetto dai currais e da un sogno di nove isole in cui uno potrebbe anche inciampare portato dal vento.

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