
V’è mai capitato, mentre mangiate in trattoria, di esser distratti da una discussione animata del tavolo accanto? A me sì, più di una volta, e persino alla National Gallery di Londra; ma come? – direte – nell’austero tempio dell’arte britannica una discussione da taverna? Sì, di fronte al quadro di Caravaggio, La cena in Emmaus. Un chiassoso consesso di tre personaggi più uno, l’oste, tutto preso a non farsi i fatti suoi, che dentro una trattoria romana mangiano e chiacchierano animatamente, ed è quello di destra che ha la parola adesso, incavolato nero tanto da far scattare in avanti il commensale di spalle. Tutt’altra scena si svolge in una seconda versione oggi alla Pinacoteca di Brera, del 1606 più pacata e intima. Nel quadro della National, il capellone dalla faccia pulita imperturbabile al centro mastica un boccone, non per questo, però è meno in sintonia con il resto della compagnia. Beh, quello sarebbe Cristo, stando al titolo dell’opera, e il quadro è una rappresentazione evangelica, ma a noi questo non interessa. Lo guardiamo, infatti, seguendo il suggerimento di Giovan Pietro Bollori che nelle sue Vite de’pittori, Scultori e Architetti moderni (1672) ci dice del pittore che l’ha dipinto: “… studio e fatica si facilitavano la via al copiare il naturale, seguitando li corpi vulgari e senza bellezza.” e questi quattro lo sono di certo. Dipinti con una maestria che solo il lombardo Michelangelo Merisi poteva avere a Roma, i commensali e l’oste stanno infondo alla sala e noi, che da un altro tavolo ficchiamo il naso, immaginiamo tutto il locale, dalle ombre, dalla luce e dalla posizione del padrone, in piedi: la cucina a destra, l’ingresso a sinistra con una finestra su un
vicolo romano di fine Cinquecento. Cosa sarà successo al barbuto che s’agita davanti a una ciotola di zuppa non si capisce, c’è troppo chiasso, sta di fatto che l’oste l’ascolta curioso, l’altro di spalle partecipa caldamente mentre il capellone appar più concentrato sulla faraona lessa che ha innanzi che sull’animata loquela del commensale, e forse non aspetta altro che bersi il bicchiere di vino, trebbiano frascatano non filtrato, mi fa notare il pittore Alessandro Sarra. Sul tavolo una brocca e una boccia d’acqua e delle ciriole, a conferma della romanità della tavola, eppur stride qualcosa, a parte il dettaglio della conchiglia sul gilet dell’animoso dicitore. È il bordo della tovaglia candida che lascia scoperta una stoffa decorata finemente, di lusso così come lo è l’anomala “savonarola” dove siede scomposto il barbuto scarmigliato che ci caccia in faccia il gomito strappato, ma poi quei bicchieri, quella boccia, non sono un po’ troppo raffinati per quel contesto? Ebbene sì, questo è il teatro caravaggesco e la bettola è un set, una finzione. Siamo probabilmente a casa di un ricco romano forse lo stesso Ciriaco Mattei che compro il quadro nel 1602 per 150 scudi. Il Mattei era collezionista di quadri culinari, quasi certamente una buona forchetta, aveva a casa, pensate, le grottesche opere di Bartolomeo Passerotti la Macelleria, la Pescheria e Le venditrici di pollame, tutte di fine Cinquecento, insomma, una trattoria romana ci stava tutta. Il teatro è finzione, celato all’occhio dell’ingenuo che vede solo il naturalismo dei personaggi, c’è il bluff. In verità quel che si vede è tutto finto e lo rivela sedia e stridente sgarro sul gomito della giacca del barbuto, la tovaglia, che cala come un sipario sul panno ricamato, infine lo conferma la fiscella di frutta, simile a quella di Brera, se non la stessa, un cestino che sta a malapena sul bordo del tavolo, “è sul ciglio” notava Alberto Olivetti nelle sue riflessioni sul dipingere “la frutta pesa così da tenerlo in bilico” constatiamo subito lo spazio vuoto sotto sicché c’imprime la vertigine di una caduta, ci inietta un sottile disagio, ci inquieta. Questa natura morta è il sommo virtuosismo, qui la pittura denuncia se stessa, racconta l’inganno in un particolare pur mantenendo fede al modello e, testimoniando il reale, lo lega al suo tempo. Questa versione della Cena è assai più eloquente in questo senso dell’altra più intima e sacrale più serrata in un gesto noto del rito, decisamente meno spigliata della versione inglese.




