Quando leggo sulle etichette delle bottiglie “Vino biodinamico” mi viene in mente il Futurismo, in particolare una scultura di Umberto Boccioni (Reggio Calabria 1882 – Verona 1918) intitolata Linee e forze di una bottiglia, opera famosissima del 1912. Cent’anni fa, infatti, Boccioni sottoscrisse il Manifesto tecnico della Scultura Futurista dove proclamava il rinnovamento tramite: “La scultura d’ambiente perché con essa la plastica si svilupperà, prolungandosi nello spazio”.

Linee e forze di una bottiglia
1912, scultura in bronzo
Museo del Novecento, Milano
Il Futurismo ha cercato di rifondare l’intero spettro delle percezioni, dagli odori ai sapori, dal tatto all’udito inserendo ogni cosa in un processo di dinamizzazione e compenetrazione cercando un raccordo tra “l’infinito plastico esteriore e l’infinito plastico interiore” parole con le quali Boccioni sosteneva che ogni oggetto s’interseca in infinite combinazioni con ciò che gli è prossimo, anche a costo di urtarlo per avversione. Questa bottiglia, questa boccia di Boccioni si può considerare la metafora della pervasività del vino che, uscendo dalla bottiglia, s’aggancia all’ambiente trasformandolo con l’alternanza di corrispondenze e varianti inattese, sicché una semplice bottiglia può farsi medio termine tra la memoria del luogo d’origine e la novità delle sensazioni stimolate dal bere. Il contenitore si fa, quindi, forma transitoria destinata a spalancarsi per includere l’ambiente o aprire spazi. Nel centenario del manifesto di Boccioni, è bene ricordare, anche solo per un attimo, il portato rivoluzionario delle sue parole; così facendo ci accorgeremo quanto ci predispongano ad ignorare quelle forzature interpretative, luoghi comuni imposti da etichette e nomi, e c’invoglino piuttosto a godere della volubilità dei sensi aperti alla dinamica della vita, Bios appunto.
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