Addio a Beppe Marcarino, un pezzo di storia delle Langhe

beppe marcarino

Primo gennaio 2016. Dopo una splendida cena e una teoria di bevute in compagnia per festeggiare il nuovo anno. Mi alzo a fatica. “Appiccio ‘l foco”.  Non mi accorgo di una telefonata. Guardo. Patrizia. Da uomo scaramantico e becero parte il gesto apotropaico. Richiamo. Una voce flebile mi dice: “è mancato”. Beppe Marcarino è scomparso. Emozioni. Ricordi.

Lo conobbi una serata del luglio ’82. Ero a Bra per conoscere Carlin Petrini e quelli dei “Tarocchi”. “Stasera andiamo all’Osteria dell’Unione a Treiso. Ti farò conoscere due compagni Beppe e Pina con cui abbiamo aperto un circolo dell’Arci Langhe”.

Attraversare per la prima volta i paesaggi, delineati dai vigneti, conosciuti attraverso Pavese e Fenoglio ed arrivare a Treiso. Un’esperienza unica, determinante.

“Ciao, vi presento dei compagni che vengono da Montefiascone, Il paese del vino.”

Beppe e Pina ad accoglierci. Allora giovane ed impregnato di letture di formazione, non riuscii a dare del tu a Pina. “Signora compagna” la chiamai. Frutto del “rigore comunista” e dei dettami della “buona educazione”. Da allora, ancora oggi, così affettuosamente la saluto.

Quella sera in una splendida serata di luglio, scoprii le Langhe e i suoi interpreti.

Beppe con la sua pacatezza, il suo conversare lucido, la sua ritrosia a svelarsi.

Solo dopo, con la lettura di Nuto Revelli, ho compreso. Beppe incarnava la dignità, la consapevolezza, l’orgoglio de “I Vinti” che si erano emancipati. Che non si “toglievano più il cappello”

Quella sera iniziò un’amicizia, una fratellanza che ci portò a vivere stagioni importanti.

Molto lo dovevamo al Partito con la P maiuscola. Interminabili discussioni, progetti, speranze. E “Feste de L’Unità”

“Stupuma” ed apriva una bottiglia di Barbaresco (Treiso è uno dei tre paesi di produzione). Raramente di Barolo. Ore e ore a conversare con la passione di chi “vuol cambiare il mondo”. Divenne anche consigliere comunale del suo paese. Orgoglioso e consapevole dell’ostracismo di una Granda dove la Balena Bianca prendeva oltre il 60% ed il Partito non arrivava al venti. Con tenacia ed orgoglio si adoperava per migliorare come dicevamo, “le condizioni di vita delle classe subalterne”.

Non era un vignaiolo. Era un artigiano edile. Mi rammento il suo stupore quando per la prima volta in Tuscia scoprì il tufo, una pietra vulcanica. Eravamo, manco a dirlo, a visitare una necropoli Etrusca. La toccò e la odorò. “Mi piacerebbe costruirci una casa”.

Diventò per amore e passione, a fine giornata, terminato il suo lavoro, anche Oste.  Pina in cucina e lui in sala a raccontare la Langa. I suoi vignaioli, la storia, cercando di interpretarne i cambiamenti. Molti siamo passati da lì. Ravioli al plin, coniglio con i peperoni, nelle umide serate langarole, hanno declinato il manifesto Slow.

Purtroppo ci ha sempre diviso la fede calcistica. Lui juventino come molti “langhetti”.

Nel Dopoguerra Miroglio e la Ferrero cambiarono l’economia della zona. Molti diventarono operai, come diceva Beppe, senza diventare mai classe operaia. Frutto di secoli di mezzadria. Di una scorciatoia verso il progresso. Tifare per la Juventus divenne naturale.

“Almeno nel calcio vinco” amava ripetere “e poi anche Togliatti era juventino!”

Sabato orazione funebre in chiesa. Strapiena. Anche la piazza. “è la nostra comunità!. Mi dicevano i parenti. Il rispetto per una storia. C’era più gente a salutarlo che abitanti nel paese!

La sua amata Pina, i suoi figli Patrizia, Roberto, Marco e Fabio, con il genero, le mogli i suoi adorabili nipoti. Tanti compagni ed amici. Conoscenti.

Quando l’operaio ha chiuso, con i mattoni e il cemento, la sua ultima dimora in molti lo abbiano pensato e sentito esclamare, con la sua immancabile Merit fine lunga in bocca “Tensiun a lo che t’ fei . Beica ed’ fëro ben!” (Attento a quello che fai. Vedi di farlo bene)

“Anduma Beppe” la strada è ancora lunga. La talpa sta ancora scavando.

 

 

 

 

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