Peste e Corna su Massimo Roscia

La scrittura è una questione di ritmo, e questo proprio non manca a Massimo Roscia che torna a divertirci e strapazzarci con Peste e Corna dopo averlo fatto con La strage dei congiuntivi e Di grammatica non si muore. Croce e delizia, patimento e piacere. Così Massimo Roscia ci tiene incollati alla pagina. E fa germogliare il dubbio, mentre beatamente e ironicamente dilania la nostra scioltezza nello scrivere e nel parlare. E dopo aver letto i suoi tre ultimi libri ci capita sempre più spesso di pensare mentre digitiamo velocemente un sms o battiamo compulsivamente sulla tastiera: “Ma sarà corretto così? Starò banalizzando?”. Massimo Roscia insomma ci ha spronato a riprendere una consapevolezza che la consuetudine e la mancanza di tempo avevano insonorizzato a favore di una rumorosa e facile sciatteria caratterizzata da frasi fatte, aggettivi abusati, clichè linguistici. In realtà, se con i precedenti libri era facile capire dove volesse andare a parare e l’afflato censorio era evidente, con Peste e Corna si aggiunge un grado in più di complessità che si tramuta, almeno sulle prime, in una specie di spaesamento. Alla lettura delle avventure del protagonista si crea una sorta di effetto straniante per cui mentre seguiamo i corsivi delle frasi idiomatiche e ci scompisciamo dalle risate per la solita dirompente ironia, non possiamo fare a meno di venire catturati da una naturalezza narrativa che stimola una maggiore attenzione al testo. Al non dare nulla per scontato. Affrontare la lettura di Peste e Corna portandosi dietro un’idea preconcetta di ciò che ci aspettiamo dal Roscia – diciamo così – castigatore di bistrattatori della lingua patria è sbagliato. Non dobbiamo lasciarci fuorviare dal sottotitolo “come disintossicarci dai luoghi comuni, frasi fatte e compagnia bella”. La disintossicazione non deve diventare totale eliminazione, ma un uso consapevole ed equilibrato.

Come afferma l’autore stesso nella prefazione le espressioni idiomatiche “Scandiscono il tempo, caratterizzano la lingua donandole colore e vivacità e, se usate in maniera appropriata, con consapevolezza e senso della misura, ci permettono di sfruttare appieno tutte le risorse espressive del nostro patrimonio linguistico. In altre parole, ci aiutano a vivere meglio”. L’invito leggero e gioviale alla riflessione si annida in ogni pagina.  In uno specifico contesto ad esempio, proprio nell’incipit, le frasi fatte usate dalla mamma del protagonista costruiscono in poche parole il rapporto, delineano la classica figura di madre mediterranea eternamente in apprensione. Altrove, penso al capitolo The Gustibus l’affastellarsi di frasi fatte ne evidenzia l’effetto depotenziante sull’efficacia espressiva.

Ed è proprio in questo gioco tra metafore consumate e forza narrativa che si annida la vitalità  del libro.

 

massimo roscia 7

massimo Roscia e Francesca Mordacchini Alfani

Massimo Roscia e Francesca Mordacchini Alfani

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