Questa frutta stesa su un instabile lenzuolo, dal quale si solleva un alto piatto di arance appoggiato, non so come, su un piano scivoloso di un tavolo sbilenco, pare acciuffare sullo sfondo una tenda. Un fondale che dialoga con sfere mature e candide stoffe tramite una brocca piena: si tratta di una natura morta dipinta da Paul Cézanne tra il 1895 e il 1900.
La vitamina “C” dell’arte moderna ci insegna con questa opera che non tutto si vede secondo prospettiva, c’è bisogno, infatti, di un occhio mentale per costruire la realtà. Così i rossi, i gialli e gli arancioni caldi dei frutti e il panneggio quasi tutto bianco, avanzano, mentre il tessuto decorato del pesante tendaggio indietreggia, ci faceva notare, spiegandoci questo quadro, la dolcissima storica dell’arte Mary Acton. C’è chi invece, come Virgina Woolf, s’era fissato sul particolare e vedeva quei rossi rotondi farsi pesanti: “il loro pigmento sembra sfidarci, toccare qualche nostro nervo stimolare eccitare…” notava la scrittrice.
Il gusto della frutta per Cézanne sembra essere il suo distillato, è come quando sulla scatola di vitamine troviamo illustrate delle arance, ma al suo interno troviamo delle piccole palline arancioni.
Così la frutta viene confezionata dall’arte moderna secondo una razionale compressione della natura in corpi regolari sferici.
Son proprio le arance a tirar fuori dalla complessità dei raccordi formali i sapori della natura. Sette arance sospese su un vassoio, al di sopra di quell’esperimento spaziale fatto da un panno acciaffato, brocca e tendaggio, sono sfere roventi come il sole che le ha maturate, lapilli eruttanti dal candore della conca che li tiene su, sospese dal resto. Questa è la vitamina “C” del quadro e di tutta l’arte moderna. Pura astrazione in tonalità arancio stagliata su una improbabile profondità che sfugge alla curva accerchiante del piatto, mentre quest’ultimo si fa piano su cui cinque cerchi non sono solo esercizi di geometria, ma l’estratto di puro succo d’arancia.




