L’arte? Che pizza!

Non abbiate paura, non è un atto di ribellione e nemmeno una ritorsione nei confronti dell’arte, che, da amante spietata, adotta quella collerica, capricciosa ritrosia che la rende incomprensibile.

L’arte deve essere perciò “anestetica” secondo Duchamp visivamente noiosa?

Privando i sensi del principato del visivo, l’arte contemporanea si è fatta concettuale, da concettuale è diventata “concezionale”, ossia capace di generare il suo mondo d’idee slegandosi dalla realtà, diventando essa stesso un mondo, con le sue regole con i suoi misteri. Saranno gli anni Ottanta e Novanta a riconnettere l’arte al pubblico quest’ultimo inteso come bersaglio o come l’unico amplificatore culturale capace di creare un mito. Ecco, quindi, la predilezione degli artisti per l’iperbole, l’orrore, la cronaca nuda e cruda, la comicità sfacciata e la pornografia. Gli artisti italiani hanno sempre tenuto nei riguardi di queste domande un atteggiamento mite, controllato, in un certo senso aggraziato rispetto allo sfacciato sensazionalismo dei colleghi d’oltreoceano e d’oltremanica, e, a differenza della drammatica severità dei tedeschi o della micidiale autocritica di russi e cinesi, l’arte contemporanea italiana ha mantenuto la leggerezza della commedia dell’arte che usava la maschera beffarda e malinconica per strappare un sorriso. In questo senso la Grande Pizza di oltre due metri di diametro “sfornata” dall’artista Paola Pivi è un’opera d’arte italiana. Nel 1998, Paola sembra ottenere attraverso il gigantismo del cibo simbolo dell’italiano nel mondo una riflessione sull’immagine, opprimente e arrogante dello stereotipo, quasi una sfacciata e autoironica richiesta di presenza nel sistema dell’arte a direzione anglosassone. Questa sua spigliata ironia spinge al controllo dell’immagine dell’Italia nel mondo proprio riconsiderandola nel suo ruolo nel processo di globalizzazione, ruolo che Paola Pivi descrive nella sua marginalità quale produttore d’immagini, di finzione. Il G-91 Fiat rovesciato, è un caccia che esibisce la livrea dell’aviazione militare nazionale come un logotipo. E’ un ready made, come l’orinatoio duchampiano, ma ha una sovrabbondanza dimensionale che sembra incastrata nel corridoio delle corderie dell’Arsenale di Venezia, Padiglione Italia della Biennale del 1999. Quell’anno, insieme a Monica Bonvicini, Bruna Esposito, Luisa Lambrì, Grazia Toderi, Paola con il suo aereo sottosopra vinse il Leone d’Oro. Quella pizza, più che i mega panini di Cles Oldenburg, che sono palesemente finti, è un oggetto surreale, incongruo per la sua desueta estensione, ma fragrante e vero, mangiabile, quindi perfettamente pronto a soddisfare l’appetito di un gigante. L’opera è in questo senso un luogo mentale, ma che ha riattivato i sensi con la sua persistenza reale, ha risvegliato l’appetito dall’anestesia.

Paola Pivi è nata a Milano nel 1971. Vive e lavora a Anchorage, AK.

 

Immagine in evidenza: Paola Pivi, Pizza, 1998, 232 cm
Foto di: Di Paolo, Courtesy Galleria Massimo De Carlo, Milano tratta da www.fondazionenicolatrussardi.com

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